Alessandro Berti anti-razzista al Santarcangelo Festival

SANTARCANGELO. «Questo mio lavoro ha un valore di testimonianza, non è una predica e non politicamente corretto, interseco il discorso razziale con quello di genere e racconto di personaggi che i più giovani non conoscono, credo si percepisca la verità dalla mia presenza dalle mie domande che sono prima di tutto rivolte a me stesso». Lo spettacolo di cui l’autore parla, focalizzato sulla storia della percezione del corpo degli uomini neri, è “Black dick” che stasera e domani (ore 21,30 in Piazzetta Galassi) Alessandro Berti porta al “Santarcangelo Festival”, edizione numero 50. Un ritorno il suo dopo 14 anni di assenza, in tempi di pandemia, dopo il lookdown che ha causato la chiusura della sua bolognese “Casavuota” fucina di eventi scenici e di laboratori. Il drammaturgo, regista e attore reggiano sta lavorando alla trilogia “Bugie bianche” di cui “Black dick” è il primo tassello, seguito da “Negri senza memoria” che ha debuttato a febbraio appena in tempo prima della chiusura e “Black peril che è in attesa di debutto.
Berti, parliamo di Santarcangelo e del suo festival.
«Santarcangelo è il luogo dove ho cominciato tutto, cioè la mia storia teatrale, è il luogo del cuore perché è stato al festival del 1996, il primo diretto da Leo De Berardinis, che ho debuttato con il mio “Skankrer”, nel ’97 sono tornato con “Terra di burro”, così nel 98, l’ultima volta è stato nel 2006. Ho ricordi bellissimi e oggi è una gran gioia, e poi lavorare coi Motus con cui ho esordito a “Quadrare il Circolo” nei primi anni 90, è un po’ come tornare a casa!».
In questo spettacolo ci sono riferimenti letterari e in particolare a tre grandi autori americani come James Baldwin, Cornell West e Gloria Jean Watkins. Perché?
«Per me sono gli ispiratori e le colonne che mi hanno guidato. Baldwin, con cui chiudo il lavoro, è un nome tutelare, la sua figura racchiude tante sfumature e continua a essere annoverato tra i più importanti sostenitori dell’uguaglianza razziale, fautore dell’amore e della fratellanza universali. È stato straordinario perché prima di altri ha saltato gli steccati ideologici assumendosi la responsabilità della sua voce libera».
Perché per raccontare l’uso del corpo nero da parte dei bianchi ha scelto l’America? Ma il razzismo è anche qui.
«Ho deliberatamente scelto gli Usa e non l’Italia perché mi è apparso subito chiaro che ciò che è accaduto e accade là sia molto illuminante in generale. E poi le tre voci a cui mi sono ispirato sono chiarissime e utili per tutti per decifrare i meccanismi universali che stanno dietro al razzismo e non solo. Credo che oggi paradossalmente, anche se c’è più libertà, il rischio è che ci sia più settarismo e ci si divida in clan, pertanto è altrettanto difficile e comunque non meno facile esprimere voci complesse al di là delle fazioni».
Come si pone davanti al pubblico?
«Sono solo sul patibolo! Ho scelto questo spazio stupendo per l’intimità che offre perché lo spettacolo, che di fatto è un monologo, una chiacchierata, un viaggio pieno di sorprese richiede una dimensione intima e un certo raccoglimento. Perché interroga lo spettatore, lo mette in attenzione continua e ciò anche attraverso le immagini che intervallano le tre parti».
Su cosa è basato il racconto?
«Parto dalla pornografia che oggi è un terreno strepitoso di comprensione e poi il viaggio nell’immagine del corpo nero arriva alla politica, con i grandi che hanno lottato contro la segregazione, passa per lo sport fino ad arrivare al rap. In sostanza attraverso un po’ di confessione, stand up comedy, narrazione sarcastica e canti, cerco di decostruire lo stereotipo di maschio nero, con l’aiuto dei grandi maestri, e offrire una riflessione sul concetto di appropriazione culturale e sulla necessità di una lotta comune per l’uguaglianza».
Cosa potrebbe in futuro invertire la rotta?
«Non si risolverà nulla finché non si risolverà qualcosa dentro la mente, nella psiche profonda perché per secoli la civiltà bianca ha costruito un’impalcatura ideologica che è sempre più che mai scontata e l’odio razziale anche quando non è esplicito è qualcosa di sottile e subdolo che riguarda tutti anche quelli che si ritengono più aperti e progressisti»

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