Sostenibilità Adriatico: le piattaforme dell’Eni come “vivaio”

E’ uno dei corridoi naturali dell’Adriatico che permette agli animali marini di potersi rifugiare nel Delta del Po in tutta serenità. E’ diventato anche la sede di una raccolta tutta particolare, spontanea e naturale: quella delle cozze. Nel parco delle piattaforme di Eni, al largo di Ravenna, la collaborazione con i pescatori e con le realtà che tutelano la fauna permette di offrire al concetto di sostenibilità una nuova chiave di lettura e le attività produttive, come la coltivazione di giacimenti di gas naturale e la pesca, avvengono nel massimo rispetto dell’habitat marino. In particolare, gli impianti offshore di Eni nel Mare Adriatico sono dedicati alla produzione di gas naturale, la più sostenibile tra le fonti fossili, e operano da sempre nel pieno rispetto delle leggi e delle prescrizioni vigenti. Rigidi controlli ambientali vengono eseguiti da Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e dalle Capitanerie di porto, coadiuvate dalle Arpa locali. «La presenza delle piattaforme ha portato con sé una norma che vieta nell’area la pesca a traino – spiega Sara Segati, biologa marina e presidente di Cestha, il Centro di tutela degli habitat di Marina di Ravenna -. La legge nasce per questioni di sicurezza ma ha portato benefici biologici, eliminando un impatto antropico su un’area che, così, ne ha beneficiato». Sono circa 60 le piattaforme Eni che di fatto hanno creato questo corridoio. «E’ una zona di passaggio per i tursiopi – commenta Segati -: E’ per loro una zona sicura, come lo è per le tartarughe e per alcune specie di squali come le verdesche. E’ uno spazio per gli animali che vogliono arrivare alla foce del Delta». Oltre a questo, poi, ci sono le cozze. A raccontare l’evoluzione di questo percorso legato alla pesca più sostenibile, c’è Sauro Alleati, 75 anni, presidente della Romagnola, cooperativa di pescatori che insieme a Nuovo Conisub si occupa della raccolta delle cozze. Sui pilastri delle piattaforme di Eni si è creato un ambiente di crescita naturale: i molluschi si fermano e si riproducono lì grazie proprio alle correnti marine. La cozza selvaggia non è la stessa rispetto a quella di allevamento. «Sono molte le ragioni che portano a una profonda differenza – dice Alleati, uno dei ‘cozzari’ ravennati -. La cozza selvaggia che raccogliamo dai pilastri cresce in acque profonde e ha la possibilità di mangiare meglio rispetto a quelle allevate: infatti, approfittano dei molti nutrienti che in quello specchio d’acqua arrivano dalla rete fluviale della Romagna. E’ un prodotto che garantisce molto la qualità al consumatore: continuamente vengono fatti controlli dalla Ausl che dicono che quello spazio non è inquinato». A lavorare per raccogliere le cozze dai pilastri delle piattaforme ci sono 40 persone che si sono riconvertite, passando da meri pescatori a Ots, Operatori tecnici subacquei. Si immergono e con un raschietto, a mano, portano via i molluschi. Proprio quell’habitat ha portato allo sviluppo di un’opportunità. «Stiamo costruendo un marchio di qualità: siamo in dirittura d’arrivo – aggiunge Alleati -. Il Comune ci sta aiutando a realizzare il marchio della ‘cozza selvaggia di Marina di Ravenna’».

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