«L’unica vera scelta che hai è quella di decidere se svegliarti ogni mattina». A pronunciare questa frase è un ragazzo che chiameremo Luca, un nome di fantasia per identificare un giovane riminese che 35 anni fa nacque con il nome e il corpo di una donna. Un corpo e un nome a cui non si è mai sentito di appartenere, e che all’età di 26 anni, dopo aver vissuto una «vita completa, da donna», come lui stesso la definisce, ha deciso di cambiare. Nel 2011 Luca ha intrapreso il suo percorso binario per diventare fisicamente un uomo, assumendo i connotati fisici maschili e cambiando la fisiologia del suo corpo. Per farlo, oltre a sottoporsi a interventi chirurgici “demolitivi” e non, ha dovuto iniziare ad assumere ormoni con cadenza regolare. E la terapia ormonale per le persone transessuali, prima della delibera di Aifa, Agenzia del farmaco, e della Regione Emilia Romagna, non era cosa semplice. Oltre a essere a pagamento, i farmacisti potevano rifiutarsi di consegnare a un cittadino che biologicamente era una donna farmaci destinati a un uomo.
Luca, cosa succede se non prende gli ormoni che i medici le hanno prescritto nella sua terapia?
«Io, come tutti quelli che hanno fatto interventi demolitivi di testicoli o ovaie, non ho più organi che producono ormoni, per cui se non assumo il testosterone inizia il decadimento fisico. A partire dall’osteoporosi, e via via poi tutti quei cambiamenti che si verificano negli uomini e nelle donne di una certa età. Mi spiego meglio: io sono andato in menopausa con i primi farmaci nel 2012. Si trattava di una menopausa indotta, che ha portato all’atrofizzazione degli organi, che poi mi sono stati asportati. Quindi se non assumessi più gli ormoni, o non li assumessi secondo la terapia che mi è stata prescritta dall’equipe medica che mi segue, andrei incontro a grosse alterazioni biochimiche, che potrebbero causare danni importanti al mio organismo. Chi ha intrapreso percorsi come il mio, infatti, è costantemente seguito dai medici, e una volta all’anno veniamo sottoposti a un check up completo per verificare che tutto sia a posto».
Quanto pagava per gli ormoni, fino a oggi?
«Fino a oggi ho speso 180 euro ogni tre mesi per sei anni. Prima di assumere i farmaci, però, ogni volta bisogna fare le analisi con l’emocromo totale. Perché il testosterone scende, e quando arriva a un determinato livello va ripreso. Di base, è una terapia che si deve prendere per tutta la durata della vita. Ma il problema non era solo il costo. Il fattore più rischioso era che poteva capitare di non riuscire ad acquistare il farmaco, sia perché la farmacia non te lo vendeva, sia perché la casa farmaceutica aveva cessato la produzione di quel medicinale specifico. Ora, grazie soprattutto alla disposizione di Aifa, questo non accadrà più».
Quando si può considerare chiuso un percorsi di transizione?
«Dipende da che tipo di percorso si sta facendo. Quello binario che sto affrontando lo si conclude con l’acquisizione del sesso opposto, e quindi nella pratica con gli interventi di ricostruzione. Devo ancora decidere se procedere con la ricostruzione del pene, perché su questo le equipe sono ancora un po’ indietro per quanto riguarda un discorso di efficacia. A differenza di quelli demolitivi, che sia a livello estetico che funzionale sono ottimi, e ne vale la pena rischiare. Altre persone però scelgono di non fare il percorso chirurgico e non fare le operazioni».

E in questo caso lo Stato riconosce lo stesso il cambio di sesso?
«È quella condizione in cui sembri un uomo ma biologicamente sei una donna. Prima la legge ti obbligava a fare interventi chirurgici demolitivi per poter avanzare la richiesta di cambio dei documenti, invece ora si è deciso che se una persona decide di rimanere “intera”, in gergo è così che si dice, può comunque chiedere la rettifica dei documenti. Io, che mi sono operato prima che la nuova legge uscisse, dopo aver atteso per un anno e mezzo la sentenza del tribunale che mi autorizzava a fare l’intervento demolitivo, ho dovuto anche aspettare un anno abbondante per poter cambiare la mia identità».

Pensando a tutte le terapie, gli interventi e i procedimenti giuridici che bisogna affrontare viene spontaneo chiedersi quale sia, nel profondo, la motivazione che spinge una persona a intraprendere un percorso di questo genere.
«L’unica scelta da affrontare in questa situazione è quella di continuare a vivere. Quasi tutte le persone trans hanno purtroppo pensato a suicidarsi almeno una volta nella loro vita. Scegliere di cambiare sesso non è come scegliere se mettersi una gonna o un pantalone. Io mi sentivo pesce fuor d’acqua ovunque, a disagio in qualunque situazione. Ho provato a “stare dentro” a quello che mi insegnavano, ma a un certo punto non ce l’ho più fatta».
Cosa vorrebbe dire a chi la giudica e non la capisce?
«Che se per un attimo si fermassero e ascoltassero, io sarei contento. Basterebbe che si fermassero a pensare a che cosa vuol dire svegliarsi e trovare la tua testa in un corpo che non è il tuo. Devono capire che siamo persone e basta. Che siamo insieme a loro, di fianco, e a volte anche sopra, come Petra De Sutter, vicepremier belga e donna trans».

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