Cattolica. “Sono nato Lucia, ma io sono Marco: il nome da donna mi crea disagio”

Si sente un uomo, ma è registrato all’anagrafe con un nome femminile. «Sono sempre io, solo che ho cambiato nome. E il passato che mi porto ogni giorno addosso mi ha reso quello che sono. Così come la consapevolezza della mia decisione, che posa su una vita vissuta come Lucia, fino alla presa di coraggio». Marco, Lucia sulla carta d’identità, è un giovane di Cattolica di 29 anni. Pieno d’impegni: laureato in Lingue e culture straniere all’università di Urbino («e ora sono iscritto alla facoltà di Scienze storiche e orientalistiche di Bologna»), servizio civile alla biblioteca comunale di Cattolica, gestore del residence di famiglia. E dalla vita apparentemente normale. Apparentemente, appunto. Perché, invece, la sua vita è complicatissima. Anche tormentata. Come lo è per tutti i ragazzi come lui, ragazzi transgender. «Che come me sentono l’identità di genere non coincidere con la rappresentazione esterna».

Marco, cosa vuol dire essere un transgender?

«Se vuole uso la definizione del portale infotrans nella sezione glossario. “Termine che si riferisce a quelle persone la cui identità di genere e/o ruoli di genere non si allineano al sesso assegnato alla nascita. Il termine transgender non indica attrazione o orientamento sessuale. Il termine transgender dovrebbe sempre essere usato come aggettivo e non come sostantivo”. In pratica, invece, è un insieme di emozioni, sentimenti, tormenti, che ti porti e ti porterai dietro per sempre. E’ vedere le bambole, quando sei bambina, e desiderare un pallone da football, sport che ho anche praticato. Indossare delle gonne e immaginarti in pantaloni. Trovarti a giocare, spontaneamente, con estrema naturalezza, con dei ragazzini e, magari, osservare un gruppo di ragazzine e domandarti: “forse dovrei stare con loro?”. Insomma, guardarti allo specchio e non riconoscerti».

Quando si è accorto che quello che era non corrispondeva con quello che sentiva?

«Subito, già da bambino. Non mi sono mai riconosciuto nelle altre bambine. Non giocavo con loro. Ero distaccato. Sentivo che non mi rappresentavano. Insomma, non ero come loro».

E come era?

«Un maschio, un ragazzo. Pensavo da maschio, mi comportavo da maschio. Ma lo reprimevo».

Parliamo della scuola? Mai subìto atti di bullismo?

«Prima dell’università ho studiato al liceo Volta-Fellini di Riccione. E devo dire che no, mai stato vittima di bulli o bulle. Ero molto timido, parlavo poco e scherzavo poco. Forse questo mio essere teneva lontano gli altri. Infatti, non avevo molti amici. Diciamo che il mio comportamento era da 10 in condotta».

Marco, quali sono le difficoltà che incontra tutti i giorni?

«A parte i condizionamenti sociali e i tormenti psicologici, che affido allo psicoterapeuta col quale sto seguendo un percorso introspettivo, provo disagio quando devo mostrare il documento d’identità e mi sento chiamare, anche più volte, Lucia. Sentirti uomo e ascoltare qualcuno pronunciare il tuo nome al femminile non è piacevole. E poi il viso. Ad esempio, vorrei farmi crescere la barba, ma devo seguire una cura ormonale, che inizierò, molto probabilmente, a fine estate. Sotto controllo medico naturalmente. Ma per questo c’è il Mit (Movimento identità transessuale) di Bologna, al quale mi sono rivolto solo ultimamente e che ritengo fondamentale nel sostegno che riesce a darmi e nella sicurezza che sa trasmettermi. Il Mit é il consultorio che mi segue, dandomi il supporto psicologico adeguato, e che mi seguirà durante tutto il percorso. E poi c’è l’Arcigay, che organizza serate dove possiamo confrontarci con altre persone trans o queer».

In occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia, il liceo scientifico-artisico Serpieri di Rimini ha annunciato l’avvio dal prossimo anno scolastico della carriera alias per giovani transgender. E dall’Arcigay di Rimini arriva un plauso alla dirigenza. Con «consapevolezza e convinzione», sottolinea il presidente, e consigliere comunale di Coraggiosa, Marco Tonti, è stato adottato «uno strumento essenziale, ma purtroppo non sufficiente, per dare un po’ di serenità a sempre più giovani per facilitare il loro benessere e il loro percorso scolastico». Così come, chiosa, per «far capire loro che le istituzioni sono sensibili ai temi dell’identità e dell’orientamento sessuale e che nessuno e nessuna deve sentirsi solo o abbandonato nel percorso di scoperta e di sviluppo della propria personalità». D’altronde «ogni persona di buon senso non avrebbe difficoltà a fare una scelta» tra la «burocrazia anagrafica, ottocentesca e polverosa» e «la vita e la serenità di giovani studenti transgender». Anche un alunno di prima del professor Tonti ha chiesto «perché ci sono persone che sono contrarie? è solo un bene e non toglie niente a nessuno». Eppure, conclude il presidente dell’Arcigay, «la decisione del liceo Serpieri ancora solleva polemiche retoriche e stantie». La carriera alias, come spiega lo stesso liceo, è una procedura di semplice applicazione, che prevede la possibilità di modificare il nome anagrafico con quello di elezione, scelto dalla persona, nel registro elettronico, negli elenchi e nei documenti interni alla scuola aventi valore non ufficiale. «È una buona prassi che evita a questi studenti il disagio di continui e forzati coming out e la sofferenza di subire possibili forme di bullismo».

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