Sonnoli: “Rimini capitale ma deve gestire bene la cultura”

Di Rimini capitale italiana della cultura 2024 si parla con passione, si coglie l’occasione per raccontare una città che va oltre il mare, che è straordinariamente capace di reinventarsi e che negli ultimi anni è più che migliorata. Così ne parla anche Leonardo Sonnoli, grafico di fama internazionale, due volte Compasso d’oro, unico italiano incluso nella lista dei più importanti graphic designer del mondo, e riminese d’adozione. L’italianista Francesco Sberlati si è espresso pochi giorni fa ritenendo che la nomina sarebbe meritatissima, ma occorre intendersi sul significato del termine cultura. Sonnoli aggiunge la necessità di capire come si debba gestire la cultura, citando le “occasioni perdute”.

Sonnoli, cosa pensa dell’eventuale candidatura?

«Non sapevo della proposta di Rimini capitale della cultura 2024, ma ho letto l’intervista a Francesco Sberlati e la condivido pienamente, a partire dal fatto che vivere professionalmente fuori dalla città significa avere una percezione della cultura molto diversa da quella che si ha dall’interno. Io vivo qui da più di venticinque anni, ma culturalmente mi sono formato altrove. E credo che bisognerebbe ascoltare anche chi non vive a Rimini, guardarsi allo specchio non è sufficiente».

Rimini merita questa possibilità?

«Come si può non essere favorevoli? Quando dico ai miei amici che abito a Rimini, pensano che stia tutto il giorno in spiaggia e che d’inverno non ci sia nulla da fare. Se questa candidatura serve per dire che c’è altro, non posso che esserne felice e credere che la città se lo meriti. Tuttavia, qualsiasi piccolo o grande centro d’Italia può essere candidato a capitale della cultura, perché la cultura si può trovare in ogni angolo del nostro Paese. Ma come ha sostenuto Sberlati, bisogna capire cosa si intenda per cultura, e anche come la si debba gestire, perché se la tendenza è di gestirla come evento, non basta. Cultura non può essere, per esempio, la spettacolarizzazione di Fellini, usato ormai al pari di un prodotto».

Lei proviene da Trieste. Qual è la percezione che ha di Rimini?

«Trieste è una città dalle forti radici, mi ha segnato molto profondamente dal punto di vista culturale. Quando sono arrivato mi mancava il radicamento storico, Rimini mi sembrava una città che, forse soprattutto a causa dei bombardamenti e di una vera e propria distruzione fisica, aveva perso la sua cultura. E che quindi aveva dovuto ricostruirla legandosi al turismo, allo spettacolo, alle discoteche. Cosa che non è assolutamente un male. Anzi, lo spirito straordinario di questa città è nella possibilità di poter inventare e reinventarsi continuamente, ed è uno dei motivi per i quali sto bene qua. Questo elemento era praticamente inesistente a Trieste, una città bloccata, troppo ferma sulla propria storia, nostalgica. Poi, con l’amministrazione Gnassi, ho visto la città cambiare completamente, è stato fatto tantissimo, un miglioramento incredibile. Ma al contempo vedo occasioni perdute. Penso per esempio alla modesta qualità di alcuni progetti architettonici, o alla eterogenea collezione privata del Part, definito “museo”, senza una programmazione culturale».

Sberlati ha fatto l’esempio del Teatro Galli.

«In realtà io ho sempre apprezzato il mantenimento della stagione di musica sinfonica pur fatta nei padiglioni della vecchia Fiera. Era la dimostrazione della voglia, del desiderio di fare cultura al di là del contenitore. Perché non basta costruire un edificio, anche la cultura va costruita. Non basta avere un museo, bisogna avere delle attività culturali. Era stato fatto con la Biennale del disegno, e prima negli anni Settanta e Ottanta con delle mostre rimaste storiche, ora dimenticate».

Spesso si sente dire che Rimini ha solo mare e discoteche. Se fosse eletta capitale italiana della cultura ci si potrebbe allontanare da questo luogo comune?

«Io non ce l’ho con la Rimini balneare e discotecara. Tutto dipende dalla gestione di queste caratteristiche. Quando ero studente, negli anni Ottanta, a Cattolica si tenevano le mostre sul design balneare, progetti ai quali partecipavano grandissimi designer. Non c’è nulla di male a organizzare mostre e convegni puntando ad un’ampia partecipazione, la qualità dei contenuti però deve rimanere sempre alta. È necessario unire il profitto alla cultura e non è impossibile: ho la fortuna di lavorare con istituzioni che fanno esattamente questo, puntano al grande pubblico con i migliori curatori d’arte in Italia. Insomma, bisogna sapere chi chiamare, i professionisti della cultura esistono. Un progetto culturale si fa in tanti, rispettando le competenze di ciascun ruolo».

Sulla proposta di Rimini capitale italiana della cultura 2024 il sindaco Andrea Gnassi ha dichiarato che «non c’è alcuno spazio urbano nel Paese meglio di Rimini capace di rappresentare in pochi chilometri quadrati l’evoluzione multiforme di una cultura che non vuole essere costretta nel perimetro della conservazione erudita». Cosa ne pensa?

«Se guardo le città di provincia è vero che Rimini è in movimento, è viva, si trasforma. Come dicevo, i riminesi hanno reagito con forza al fatto che sia stata rasa al suolo e si sono reinventati. Quindi su questa capacità di evoluzione culturale, non vi è dubbio, ci sono tante realtà che lavorano davvero molto bene. Però la conservazione erudita non è un peccato. Anzi, per fortuna ci sono le accademie, per fortuna ci sono gli intellettuali. Se a decidere i contenuti non fossero i politici ma i professionisti, Rimini potrebbe essere un laboratorio di avanguardie. Sebbene sia felice dell’ottimo lavoro dell’Amministrazione – si è costruito tanto e con idee molto valide – prendiamo come esempio il progetto del lungomare: eccellente nel suo complesso, ma con evidenti limiti dal punto di vista del design in alcuni aspetti. Bisogna stare attenti a pensare che gli eruditi siano quelli che non portano turisti, perché una città deve, pezzettino per pezzettino, alzare la cultura delle persone che vi abitano. È così che si produce cultura. E non è detto che un progetto di alto livello non venga capito. Penso sia importante comprendere che divenire capitale della cultura debba essere l’occasione per iniziare un percorso di costruzione di un’identità culturale che vada oltre la promozione di un anno di eventi».

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