Come nasce il sospetto di un errore medico

Il sospetto di un errore medico nasce spesso da una frattura tra aspettative ed esito: ci si attende un miglioramento, o almeno un decorso spiegabile, e invece compaiono un peggioramento improvviso, una diagnosi tardiva, una complicanza non chiarita o un percorso di cura vissuto come confuso. Spesso tutto questo accade quando le informazioni sono poche o poco comprensibili. In questi momenti è normale chiedersi se “qualcosa non torni”.
Va però chiarito subito un punto fondamentale: un esito negativo non equivale automaticamente a malasanità. La medicina comporta rischi intrinseci e complicanze possibili anche quando i sanitari operano correttamente e con la massima diligenza. La Legge 24/2017, nota come Legge Gelli-Bianco, rappresenta il quadro generale di riferimento in tema di sicurezza delle cure e responsabilità sanitaria. Nei paragrafi che seguono verrà proposto un percorso chiaro per riconoscere i segnali, capire cosa verificare e conoscere i principali riferimenti utili.

Sospetto, complicanza ed errore: tre cose diverse

Il termine “malasanità” appartiene più al linguaggio comune che a quello tecnico-giuridico. Per orientarsi correttamente è necessario distinguere tre concetti diversi.
La complicanza è un evento negativo che può verificarsi anche quando le cure sono state eseguite correttamente: talvolta è un rischio noto e previsto.
L’evento avverso è un danno collegato al percorso sanitario, ma non necessariamente evitabile: occorre capire se fosse prevedibile e prevenibile.
L’errore medico, invece, presuppone una condotta non conforme a linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali e un nesso causale tra quella condotta e il danno subito dal paziente.

Molti sospetti nascono in realtà da problemi di comunicazione: spiegazioni incomplete, aspettative non realistiche, mancanza di un dialogo chiaro tra medico e paziente. La legge attribuisce grande importanza al rispetto delle linee guida riconosciute a livello nazionale, proprio per avere parametri oggettivi di riferimento.

I segnali più comuni che fanno nascere il dubbio

Esistono alcune situazioni tipiche che, pur non essendo prove di errore, meritano attenzione e un approfondimento.

1) Diagnosi tardiva o mancata. Può accadere quando sintomi importanti vengono sottovalutati, esami necessari non sono richiesti o sono richiesti in ritardo, oppure referti significativi non vengono presi in considerazione.

2) Terapie incoerenti. Cambi di cura senza spiegazioni, prescrizioni contraddittorie o indicazioni che mutano di continuo possono far pensare a una gestione poco chiara del caso clinico.

3) Peggioramento inatteso dopo procedure di routine. Se un intervento o un trattamento considerato ordinario produce conseguenze molto gravi e non compatibili con quanto comunicato al paziente, è naturale chiedersi se tutto sia stato gestito correttamente.

4) Documentazione contraddittoria. Incongruenze tra cartella clinica, referti e lettera di dimissioni – ad esempio date che non coincidono, diagnosi che cambiano senza motivo o terapie discordanti – sono elementi che meritano verifica.

5) Comunicazione evasiva. Quando non si riesce a ottenere una spiegazione chiara di ciò che è accaduto, il dubbio tende a crescere.

È importante ribadire che questi elementi rappresentano solo campanelli d’allarme: non dimostrano da soli l’esistenza di un errore, ma indicano la necessità di un’analisi più approfondita.

Il primo passo: richiedere cartella clinica e documentazione

Ogni verifica seria deve partire dai documenti. Le impressioni personali, per quanto comprensibili, non bastano. È fondamentale richiedere alla struttura sanitaria tutta la documentazione relativa al percorso di cura: cartella clinica integrale, referti diagnostici, lettere di dimissione, moduli di consenso informato, verbali di pronto soccorso, prescrizioni e terapie effettuate.

Questi atti permettono di ricostruire con precisione cosa è stato fatto, in quali tempi e con quali motivazioni cliniche. La normativa riconosce espressamente al paziente il diritto di ottenere copia della propria documentazione sanitaria in tempi rapidi: la struttura deve fornire quanto richiesto entro sette giorni, con eventuali integrazioni entro trenta.

Anche la disciplina sulla protezione dei dati personali garantisce il diritto di accesso alle informazioni sanitarie che riguardano l’interessato. Senza una base documentale completa e ordinata, qualunque valutazione rischia di rimanere superficiale.

Quando il sospetto diventa verificabile anche legalmente

Una volta raccolti i documenti, il dubbio può trasformarsi in un’analisi concreta. Occorre confrontare ciò che è stato fatto con ciò che, secondo le linee guida e le buone pratiche, sarebbe stato ragionevole fare in quel determinato caso.

Dopo la riforma introdotta dalla Legge Gelli-Bianco, la responsabilità della struttura sanitaria è di norma di tipo contrattuale, mentre quella del singolo medico è generalmente extracontrattuale. Questa distinzione ha conseguenze pratiche importanti, anche in tema di prescrizione: l’azione contrattuale si prescrive ordinariamente in dieci anni, quella extracontrattuale in cinque.

In situazioni come queste, uno studio specializzato in casi di malasanità come questo può affiancare il paziente nell’analisi della documentazione e nella valutazione tecnica e giuridica del caso, per capire se il dubbio ha basi concrete.”

L’obiettivo di una valutazione professionale non è trovare un colpevole a ogni costo, ma comprendere se esistano effettivamente elementi oggettivi – clinici e giuridici – che possano sostenere l’ipotesi di un errore.

Il profilo penale: cosa dice l’art. 590-sexies c.p.

Quando dalle cure mediche derivano lesioni o morte del paziente, entra in gioco anche il profilo penale. In questo ambito assumono rilievo gli articoli 589 e 590 del codice penale, nonché la disciplina specifica prevista dall’art. 590-sexies.

Questa norma stabilisce in quali condizioni il professionista sanitario possa essere esente da punibilità, soprattutto in relazione ai casi di imperizia. Centrale diventa la verifica del rispetto delle linee guida e delle buone pratiche cliniche.

È però essenziale evitare semplificazioni: non è corretto affermare che il semplice rispetto formale di una linea guida escluda sempre la responsabilità. Occorre valutare se quella linea guida fosse realmente adeguata al caso concreto e se, nella situazione specifica, il comportamento del sanitario sia stato diligente e prudente.

Prima di accusare: quattro passi fondamentali

Prima di ipotizzare qualunque responsabilità è utile seguire un percorso ordinato:

1. Ricostruire una timeline dettagliata degli eventi: date, sintomi, visite, esami, terapie e decisioni cliniche.

2. Richiedere tutta la documentazione sanitaria, verificandone la completezza.

3. Chiedere un secondo parere medico indipendente, per avere una valutazione tecnica oggettiva.

4. Conoscere i passaggi preliminari previsti dalla legge: prima di avviare una causa è necessario un filtro obbligatorio, che può essere l’accertamento tecnico preventivo oppure la mediazione.

Il sospetto di un errore medico è una reazione comprensibile quando qualcosa va storto nel percorso di cura. Tuttavia deve essere trasformato in una verifica razionale e metodica, basata su documenti, analisi tecnica e conoscenza delle regole. Solo così è possibile distinguere tra ciò che rientra nei rischi della medicina e ciò che, invece, può configurare una reale responsabilità. Non tutto ciò che va male è colpa, ma ogni dubbio merita attenzione e chiarezza.

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui