“Smarìs”, la memoria senza nostalgia di Giuseppe Bellosi

È stato il primo a raccogliere l’eredità dell’artista neodialettale romagnolo che ha cambiato la storia della poesia: Antonio (Tonino) Guerra. Ed è il più giovane di quella scuola a cui appartengono i più grandi poeti del secondo Novecento che hanno scelto la lingua madre: oltre a Guerra, l’antesignano, Nino Pedretti, Raffaello Baldini, Gianni Fucci, Giuliana Rocchi, Walter Galli, Tolmino Baldassari, Leo Maltoni solo per citare i primi assurti alla notorietà.

Ed è stato anche il primo a costruire un’antologia di questi neodialettali scritta a quattro mani con lo studioso Gianni Quondamatteo, nel 1976, titolo “Cento anni di poesia dialettale romagnola” (Grafiche Galeati, Imola), una mappa dettagliata che indica l’evoluzione dell’uso letterario del dialetto.

Sì, perché lui, Giuseppe Bellosi, è un poeta e anche uno studioso di questa materia e in generale di culture, lingue e letteratura dialettali nonché folclore romagnolo, su cui ha scritto tanto e a cui continua a dare il suo contributo con ricerche, analisi e studi.

Ora ha pubblicato Smarìs, una raccolta di versi in dialetto romagnolo, come recita il sottotitolo, composti dal 1980 al 2014, con traduzioni e note di Loris Rambelli.

La lingua di Maiano Nuovo

La sua lingua è il ravennate anche se così come tutti i dialetti cambia da frazione a frazione e anche da borgo e borgo. Quindi la sua nello specifico è quella di Maiano Nuovo di Fusignano, dove è nato e vive, e questo va precisato perché è una parlata (il dialetto è una lingua orale che sono solo i poeti a scrivere), appresa in casa coi nonni e i familiari facendola sua e costringendolo a diventare bilingue dall’età scolare.

Questa raccolta è preceduta da una decina di altre dopo il felice esordio del 1973, appena un anno dopo l’uscita de “I bu” di Guerra. Coraggio, talento e passione furono la spinta che da allora non si è mai esaurita ed eccoci oggi a parlare di un’opera che dall’elegante confezione della collana “Aeclanum” (Delta 3 Edizioni) testimonia la sua ricerca compositiva accompagnandola nel tempo di tre decenni e oltre. I testi selezionati erano già stati pubblicati ma qui, come spiega l’autore, presentano alcune varianti rispetto alle stesure delle precedenti raccolte: “I segn”, “E’ paradiș”, “Bur”, “Requiem”.

Lingua e radici

Lingua e luoghi, lingua e radici, lingua e temporalità si affratellano senza mai staccarsi come gemelli siamesi impossibili da separare. Così il suo canto illumina luoghi ora in preda all’abbandono, figure passate nelle stanze della memoria, tempi sopiti. Ciò fino a generare una sospensione che liricamente esplode senza essere mai trascinata verso la terrena nostalgia o l’enfasi della retorica o ancora lo struggimento di un intimo pianto. Ed è una sospensione che nutre l’uomo di oggi, disperso tra un passato certo e un presente confuso che non fa intravvedere il domani.

La velocità del fluire temporale prende carne da versi come «brèș avulȇdi, / arivare’ a pasȇ pu nench sta nöt. – brace sotto la cenere, / supereremo ancora questa notte» e si fa nutrimento per alimentare gli antidoti contro l’incertezza, le tenebre dietro l’angolo e l’inarrestabilità del tempo anche quando «a s’invarnen / e i dè i s’arduș int gnît – ci inoltriamo nell’inverno e i giorni / si riducono a niente».

Linguaggio intimo

Bellosi pesca il suo linguaggio da quello intimo, di casa, di famiglia, e non cade mai nella tragicità di un italiano prestato al volgare, così i colori con cui dipinge la sua tavolozza espressiva si caricano di delicata tenerezza senza nulla togliere all’intensità del messaggio. Un esempio gli haiku, e tra questi «Séra e matèna. E tot i dè a campê da bur a bur» tradotto: «Sera e mattina. La fatica dei giorni da buio a buio».

Bellosi è certo, da uomo contemporaneo così come quello arcaico, che i muri conservano sempre il tepore anche quando sbiadisce il sole dell’estate.

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