Slow Wine Fair, “il futuro del vino etico e sostenibile”

Slow Wine Fair, la prima edizione di una nuova Terra Madre del vino, sta avendo il suo prologo in questi giorni on line con tre convegni che tracciano le linee sulle quali si svilupperanno i lavori della fiera stessa, a Bologna dal 27 al 29 marzo. Lì saranno presenti oltre 500 produttori, provenienti da 18 Paesi (oltre 50 le aziende emiliano romagnole), con migliaia di etichette in degustazione e un ricco programma di incontri e masterclass. In apertura domenica mattina in plenaria, per presentare la Slow Wine Coalition, ci saranno anche il ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, Carlo Petrini fondatore di Slow Food, don Luigi Ciotti, il geologo Mario Tozzi. Con loro anche Giancarlo Gariglio, curatore nazionale della guida Slow Wine e responsabile dei progetti internazionali di Slow Food legati al vino, che spiega quali saranno i temi di questo atteso appuntamento.

Per arrivare alla prima edizione di Slow Wine Fair si è passati prima dalla stesura di un manifesto per la viticoltura sostenibile che tutti i produttori partecipanti, oltre 500, si sono impegnati a sottoscrivere. Cosa chiede Slow Food al mondo del vino da adesso e per il futuro?

«Ci sono almeno tre possibili ambiti in cui la viticoltura può migliorare la vita di ogni giorno. La sostenibilità ambientale: con un uso ridotto al minimo delle sostanze chimiche e l’utilizzo attento delle risorse, come l’acqua e l’energia, sfruttate per coltivare la vite. Poi un occhio di riguardo al paesaggio: no alla monocoltura e l’impegno a mantenere la biodiversità evitando di vitare ogni angolo di terra, quindi cantine che non diventino simulacri di cemento. Inoltre c’è l’aspetto etico del lavoro, serve un importante impegno nell’ integrazione di quelli che spesso sono lavoratori stranieri, e il non sfruttamento degli stessi utilizzando contratti che non li penalizzino, facendo attenzione che le cooperative che li impiegano rispettino le regole».

Poste queste condizioni, qual è lo stato dell’arte nel settore?

«L’adozione del biologico è in crescita, in dieci anni lo abbiamo visto aumentare almeno del 50% e questo è positivo. La certificazione biologica è un modo per comunicare ai consumatori una certezza e una chiarezza, e va premiata. Per quanto riguarda la nostra guida, basando tutto sulla visita di persona alle cantine, aggiungiamo un’ ulteriore garanzia per i consumatori. Certo c’è ancora tantissimo da fare, ma la strada è tracciata. C’è inoltre un peso che le cantine hanno sui territori, che in certi casi sarebbero spopolati senza la loro presenza. Questo è un ruolo che va riconosciuto, da parte della politica, ma anche nella consapevolezza che che gli stessi viticoltori hanno del proprio mestiere».

Si parla sempre più spesso di enoturismo, è un concetto utile o può sviare da questa idea di viticoltura che Slow Wine promuove?

«Penso che sia un elemento assolutamente positivo, dà possibilità alle aziende di sostenersi dal punto di vista economico e al contempo di portare appassionati di vini in collina o nell’entroterra. Certo non può diventare l’unico modo per le aziende di fare economia, va gestito con intelligenza».

A Slow Wine Fair si parlerà molto di cambiamento climatico, c’è sufficiente consapevolezza di questo problema e di conseguenza un effetto adeguato sulle scelte di produzione messe in campo?

«Il cambiamento climatico è il problema principale dell’agricoltura e i viticoltori per quanto possibile si stanno attrezzando per arginare il fenomeno attraverso soluzioni differenti di conduzione in campo, dalle potature, o dalle forme di allevamento dove, ad esempio, la chioma delle viti è più ampia. Ci sarà un convegno specifico dedicato, con un intervento di Francesco Paolo Valentini che racconterà attraverso uno studio dell’Università di Pescara anche le malattie nuove della vite che insorgono a causa dei cambiamenti climatici. C’è sicuramente impegno per arginare il cambiamento climatico, certo che se il problema aumenterà di intensità si comincerà anche a parlare di spostamento della vite, ma per questo si vedrà in futuro cosa potrà succedere».

Un ragionamento sul prezzo del vino tenuto conto di tutti questi aspetti: esiste una soglia sotto la quale dire no?

«Una soglia ragionevole sono certamente i 3-4 euro a bottiglia, sotto quel prezzo siamo di fronte a prodotti che o non rispondono a canoni di qualità minimi oppure sono realizzati sfruttando chi lavora nei campi, oppure da qualcuno che produce l’uva e la vende ad altri che imbottigliano. Quindi c’è certamente un prezzo sotto il quale non si può andare. Detto questo si può, attraverso la comunicazione e l’educazione, consigliare vini che sono di qualità, fatti bene ma che non costano un occhio della testa. Il nostro compito è anche questo. Spendere tanto per bere bene è facile, più difficile è dare i giusti consigli per avere una spesa oculata e andare verso la qualità».

La guida Slow Wine, oltre dieci anni fa, ha introdotto un modo nuovo di guardare a questo mondo e questo evento lo conferma. Oggi qual è il ruolo di una guida enologica ?

«La funzione della nostra guida non è mai stata così importante. Da un lato c’è una grande quantità di nuove aziende che nascono e si affacciano sul mercato che hanno bisogno di essere conosciute, dall’altro ci sono i consumatori che hanno bisogno di aiuto nel giudizio. Poi si modificano le zone di produzione, ce ne sono di nuove dove nascono vini anche con un buon rapporto qualità prezzo. Ci sono tante novità nel mondo del vino e la guida può essere molto utile, soprattutto in un mondo dominato da internet dove una comunicazione gratuita rischia di essere solo pubblicità, dunque falsata o di bassa qualità. Sempre di più per avere informazione di alta qualità il consumatore è disposto a spendere qualcosa in più e può avere un buon riferimento in una guida come la nostra che fa dell’indipendenza di giudizio e dell’impegno nella realizzazione, visitando tutte le cantine, la propria bandiera».

Quali sono le zone viticole emergenti che meritano attenzione, in Italia e nel mondo, oggi e nel prossimo futuro?

«Sicuramente il nostro Sud Italia, è una miniera sia di vitigni differenti che di nuovi territori che cercano di affermarsi e sarà una delle zone di maggiore richiamo e crescita qualitativa. In giro per il mondo ci sono poi tantissime enologie, nuove ma anche tradizionali che però non conosciamo bene, ad esempio nell’Est Europa: Croazia, Montenegro, Albania, Macedonia hanno produzioni di grande tradizione vinicola. Oppure nazioni con storie di produzione più recenti come tutto il Sud America: Brasile Argentina, Uruguay, Perù. E la Cina, la quinta nazione al mondo oper ettari vitati. Slow Wine China è un nostro piccolo esperimento: la prima guida realizzata in Occidente sul vino cinese attraverso la recensione di una cinquantina di cantine, fra le 1600 presenti, selezionate in base ai criteri del nostro manifesto».

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