RIMINI. Dura la vita del promoter di eventi e spettacoli ai tempi del Coronavirus: tutto fermo, bloccato, concerti e show rinviati, nel migliore dei casi, quando non annullati del tutto. Ne sa qualcosa il riminese Willie Sintucci, uno dei maggiori organizzatori di spettacoli dal vivo della nostra regione, con numerosi e importanti artisti in portafoglio. La sua Pulp («nome ispirato da “Pulp Fiction” di Tarantino: eravamo alternativi come lui quando siamo nati…») ha organizzato centinaia di concerti tra cui, per intenderci, Lou Reed, Brian May, Deep Purple, Patty Smith, De Gregori, Zucchero. Trent’anni di lavoro cominciati da deejay, poi gestore di locali (il mitico “Io” a Marina centro), fino ai grandi concerti dal vivo. Sintucci è dentro il settore da decenni e lo conosce come pochi.
Willie, partiamo dall’inizio: quando vi hanno detto che gli spettacoli erano bloccati, immagino che in alcuni casi la comunicazione sia avvenuta poco prima di uno spettacolo in programma…
«Già, stavamo per confermare un nome molto quotato a Sogliano, nientemeno che Robert Plant, ex cantante dei Led Zeppelin, la trattativa era in dirittura d’arrivo, ma tutto è saltato…».
Che difficoltà tecniche, burocratiche, legali, amministrative avete dovuto affrontare?
«Noi navighiamo a vista, non siamo priorità per la vita delle persone. Ma c’è un problema economico che non riguarda solo noi, perché coinvolge tutta la filiera. Dietro uno spettacolo ci sono dai facchini agli alberghi, un grande indotto, gente che si muove: quando arrivano 4mila persone in una piazza, molte di queste cenano e bevono nei pressi, pagano il parcheggio, magari dormono in zona. Noi facciamo parte di un tessuto sociale anche se non se ne accorge nessuno: ma la zona interessata dallo show, proprio grazie a esso, ha un plus, ne godono tutti. Poi io personalmente nasco come grande appassionato di musica, e in seguito gestore di locali: per me è nata come una passione in seguito diventata un mestiere. E come tutti i mestieri ha i suoi lati belli e i suoi lati brutti».
Di recente c’è stata polemica verso alcuni organizzatori che, invece di rimborsare i biglietti dei concerti annullati, hanno rilasciato un voucher da spendere in eventi futuri. In molti non hanno gradito…
«Il Covid-19 non l’hanno inventato gli organizzatori, l’impatto economico è stato grave. Anche io avevo un volo per andare a Ibiza e mi hanno dato un voucher: è una possibile soluzione, siamo stati autorizzati da un decreto governativo. Io faccio parte di Assomusica che ha sposato in pieno questa causa, perché è un modo di tutelare anche i consumatori: se l’azienda che organizza chiude, non ci sarà nessun rimborso. È una soluzione civile e percorribile… La gente deve capire che si muovono tanti soldi, non si lavora con le strette di mano. Noi stiamo cercando di spostare gli spettacoli, garantendo chi vuole venire a vederlo. Se tu poi hai paura di non potere venire, di ammalarti… È come quando piove e il concerto non si fa. In generale non bisogna dare alla musica valenza di vita o di morte come fanno certi leoni da tastiera…».
Lei che conosce e vive da vicino molti grandi artisti, come l’hanno presa?
«Proprio per il motivo che non si tratta di vita o di morte, c’è grande tristezza, ma tutto qui. Bisogna farsene una ragione come è stato per l’obbligo di restare a casa. Alcuni stanno provando a fare i loro show seguendo le restrizioni previste entro fine luglio, ovvero eventi per massimo mille persone. Per alcuni invece è impensabile, specie se hai già venduto 5mila biglietti. Max Gazzè, per esempio, vuole suonare, ma è stato facilitato dal fatto che il suo tour non era ancora partito, quindi può tararlo sulle nuove condizioni».
Immagino che sia stato un bagno di soldi senza precedenti per quelli che fanno il suo lavoro… Come vi siete organizzati, e come pensate di uscirne?
«L’unica è cercare di recuperare gli eventi: nel giro di un paio di settimane, per quanto ci riguarda, avremo approntato il nuovo calendario. È un brutto momento per i lavoratori, i cassintegrati. Per noi imprenditori il danno economico c’è e anche notevole, ma le lamentele sono fuori luogo. Noi abbiamo il rischio di impresa. Io farò un mutuo in banca, ma non è da oggi che funziona così, è la vita dell’imprenditore: rimboccarsi le maniche e sperare. Altre categorie hanno più diritto di lamentarsi. Noi facciamo tutto con i nostri soldi e rappresentiamo una parte importante della cultura di questo Paese. Parlo della qualità della vita delle città, che viene valutata anche in base agli eventi: fortunato chi vive dove succedono tante cose belle… Le grandi città fanno polo, da quello museale a quello musicale, mentre la provincia rischia di soccombere. È questo che mi preoccupa».
L’annus horribilis degli spettacoli si avvia alla metà: possiamo aspettarci una seconda metà dell’anno migliore della prima sotto il profilo degli eventi?
«Penso e spero che come ci si è presa la responsabilità di chiudere le persone in casa, così ci si prenda anche quella di farle uscire, specie gli over 60 anni che hanno diritto a godersela dopo una vita di lavoro. Se il problema reale passa, e passerà, bisogna essere veloci a ridare alla gente il modo di fruire dei propri “vizi” e passioni, esattamente come prima. La qualità della vita va inseguita, non abdichiamo al nostro stile di vita…».
Si ha l’idea, però, che non molti politici abbiano compreso che qui non si tratta di divertimento o intrattenimento, ma di un’industria dai grandi numeri che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone. È d’accordo?
«Prima viene il discorso economico e poi la qualità della vita, che non è solo andare in spiaggia ma passa anche dalle librerie, che sono a rischio chiusura. Noi, che ci siamo abbeverati al mondo meraviglioso degli anni 80 e 90, non vogliamo morire da cinesi, con tutto il rispetto. Io ho voglia di fare, di vedere, musei, mostre, concerti. E non voglio che la notte sia abbandonata in mano ai giovani, ma desidero che sia fruibile per tutti, anche quelli della mia età. Occorreranno delle campagne per rassicurare le persone».
Avendo il contenitore giusto, e una buona organizzazione, si può ripartire. Lo dimostra il “Ravenna festival” che da luglio si svolgerà nella Rocca Brancaleone.
«Loro sono sicuramente bravi a farlo, agevolati anche dal fatto di essere un’istituzione che gestisce dei fondi pubblici. Ma tanto di cappello: è giusto che diano l’esempio, che siano i primi. Le istituzioni e fondazioni come loro devono fare da apripista, rappresentano la cultura in musica. Fanno il loro ruolo. Se si inizia da qui, l’Italia riparte. Bisogna scommettere per tornare alla normalità».
Probabilmente molti locali e anche qualche festival non si faranno più, non ce la faranno a ripartire dopo uno stop economico di questo tipo. Che cambiamenti vede nel futuro per il settore e per il suo lavoro?
«Il vero cambiamento sarà sociale, cambieranno le vite di molte persone. Quando leggo che la Renault taglia 15mila posti di lavoro, immagino che le famiglie di quei lavoratori cambieranno vita. Noi non siamo una priorità: certo qualche piccolo festival scomparirà: magari ci sono voluti 10 anni a organizzarlo, e basta un anno storto a farlo chiudere. È un po’ come nell’agricoltura: a volte basta un raccolto andato male per mandare all’aria l’azienda. Si rischia l’impoverimento, specie della provincia e dei piccoli paesi dove c’è lo sforzo maggiore delle amministrazioni. Ci sono energie positive che vanno tutelate affinché non muoiano. Molti miei colleghi faranno fatica a rialzarsi, ci sono esposizioni economiche importanti. Ora speriamo che si riparta, perché quando soffre la cultura soffre l’Italia. È lo specchio del nostro Paese».

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Salvatore Barbieri
About the Author

Giornalista professionista dal 1988. Ha lavorato al Messaggero, alla Gazzetta di Pesaro, alla Gazzetta delle Dolomiti e ha collaborato con Ansa, Aga, Specchio, La Stampa, America Oggi. Attualmente è vice caposervizio della redazione Cultura & Spettacoli del Corriere Romagna.

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