Simone Zanchini e Stefano Bedetti al teatro Mariani di Sant’Agata Feltria

SANT’AGATA FELTRIA. Dal mondo alla terra natia. Simone Zanchini e Stefano Bedetti, due star del jazz internazionale, fisarmonicista tra i più interessanti e innovativi del panorama internazionale, e sassofonista sulla scena internazionale da quando non aveva ancora 20 anni, sempre in tour per il mondo, tornano a casa per esibirsi questa sera, alle 21, in un concerto esclusivo, creato per la rassegna “Voci” e per il teatro Mariani.


«Sono molto contento – dichiara Zanchini – perché suono con Stefano, che per me è un fratello, e insieme facciamo ritorno nel Montefeltro da cui siamo partiti, poi incontriamo il nostro pubblico in un teatro che è una perla». Zanchini ci racconta che i suoi genitori sono entrambi di Sant’Agata e che lui è nato e vissuto a Novafeltria insieme a Bedetti, e ha voluto una casa a San Leo, dove torna appena può, per rigenerarsi, studiare, scrivere. È la ragione per cui hanno scelto per questa loro personale reunion a tutto jazz il titolo Radici a testimoniare, sull’onda dei ricordi, la loro storia di amicizia e di musica, e a rendere omaggio alla propria gente e al Mariani. La data conclude la sezione “Suoni” della originale stagione 2018-19 del teatro santagatese, curata dall’associazione “Ostinata e Contraria”. Un evento da non perdere, in considerazione che i due jazzisti sono impegnati in festival, rassegne e suonano con le più importanti orchestre e hanno all’attivo numerosi album e collaborazioni tra cui gli Area, John Patitucci, Billy Hart, Fabrizio Bosso, Paolo Fresu.


A Zanchini che è appena tornato da alcuni concerti in Germania, abbiamo chiesto di svelarci le emozioni attese dal concerto . «Sono molteplici e intense perché nel Mariani non ho mai suonato col pubblico presente, ho fatto tempo fa una registrazione per un disco, e adesso ci torno con Stefano, con cui ho frequentato l’asilo, le elementari e le medie, noi siamo coetanei, e con cui, ho suonato per anni, da adolescenti siamo stati le pop star del sabato sera nei dancing. Abbiamo fatto ballare tutta la gente della vallata, poi ognuno ha preso la sua strada e nel 2010 dopo vent’anni ci siano ritrovati. Ora lui è parte del mio Quartetto e non sono poche le occasioni in cui duettiamo».
Quali sorprese riservate per il concerto di Sant’Agata?
«Non sappiamo cosa faremo. Sarà un percorso trasversale che unirà tradizione e innovazione, con le nostre radici che faranno da collante del programma, e dove avrà un ruolo determinante l’improvvisazione. In versione molto jazz rivisiteremo anche alcuni miei brani in versione più cameristica e intrisa di elementi altri, presi dalla musica classica, da quella etnica tra cui le sonorità balcaniche a me molto care».
La sua cifra di musicista è proprio la contaminazione, la sua ricerca si muove tra i confini della musica contemporanea, acustica ed elettronica, sperimentazione sonora, contaminazioni extracolte senza dimenticare la tradizione, sfociando anche in un personalissimo approccio alla materia improvvisativa. Cosa c’è ora all’orizzonte della sua ricerca?
«L’ultimo grande step che mi interessa è legato alla necessità di avere un suono unico, da qui la costruzione di una mia fisarmonica, che ho chiamato “Zdouble16”, progettata a sei mani da me e da due fratelli, maestri costruttori di Castelfidardo, che ha un suono particolare, solo mio. Questo perché le fisarmoniche standard anche quelle di migliore qualità, non mi bastavano più. La ricerca è in corso, ma siamo sulla buona strada, perché quello della ricerca è uno spirito, non si arriva mai e mi sorregge la voglia innata di evolvere, per me la musica va di pari passo con la ricerca».


La ricerca è connaturata nei geni, è così anche per il talento?
«A 2 anni manifestavo già l’interesse per la fisarmonica, mio nonno e mio zio suonavano e io ero lì accanto a loro pronto a imitarli. Sui 7 anni i miei genitori hanno capito che c’era questo talento e da lì tutto ha avuto inizio».
Perché la fisarmonica e non il piano?
«Più volte mi è stato proposto di passare al piano, ma la fisarmonica non l’ho mai lasciata. Ed è stata dura perché oggi come strumento è stato affrancato ed è uscito dal ghetto ma anni addietro non era facile. Io nutro una punta di orgoglio, ho dato in questo senso il mio piccolo contributo, e a spese mie».
Lei fa spesso concerti come solista, e molti con orchestra, come quella del Teatro alla Scala o con ensemble. Come si rapporta con questi diversi approcci?
«Sono forme diverse, che amo. Certo suonare in solo mi ha sempre affascinato perché si lega alla ricerca e alla possibilità di esprimermi al massimo, posso navigare in mare aperto senza confini, dialogo col pubblico e l’emotività è nuda, ciò ha un punto di rilievo. Il duo non è molto diverso, è sempre una forma intima, se poi suono con mio fratello di vita e di musica, è l’ideale per esprimersi al massimo. Suonare con l’Orchestra è una grande responsabilità, è più difficile ma dà anche soddisfazioni, in quel caso poi posso esprimere altri parametri come la scrittura e l’arrangiamento».


A cosa sta lavorando?
«Ho appena inciso un disco, che uscirà a breve, con l’Orchestra “HR Frankfurt radio big band”, della tv nazionale tedesca, titolo Cinema Paradiso un progetto sulle più note musiche di Nino Rota che mi vede come solista. Poi a giugno sarò di nuovo in Russia, a seguire sarò ad “Umbria Jazz” e ancora all’estero e a ottobre un nuovo disco».
La sua casa è il mondo?
«Sì, giro tanto ma alla fine mi sento italiano, anzi romagnolo, e non ce n’è per nessuno».

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