Simone Cantarini e il ritratto di Tassoni in mostra a Rimini

L’allievo e il maestro. Simone Cantarini e Guido Reni. Storia di una rivalità, di un litigio e di una attribuzione contesa, quella del dipinto “Ritratto del poeta Alessandro Tassoni”. Una tela dal tocco intenso, realizzata tra il 1632 e il 1635, inizialmente attribuita a Reni e oggi, invece, riconosciuta dall’artista e studioso Massimo Pulini opera del pesarese Cantarini. A questo affascinante ritratto è dedicata la seconda mostra della rassegna di arte antica “Unicum” al Museo della Città, nella manica lunga al primo piano, a cura dello stesso Massimo Pulini.

Fino al 31 agosto sarà visibile il volto pensieroso, malinconico, profondo di Tassoni, l’autore del celebre poema eroicomico “La secchia rapita”, accompagnato da alcune incisioni e da volumi antichi dell’opera. Insieme al dipinto, quindi, la narrazione che, partendo dall’origine, porta ad anni di oblio del quadro, ritrovamenti, di nuovo scomparse, studi approfonditi e infine alla valorizzazione. Un’opera che per le vibrazioni tonali, le luci e le ombre e la personalità di certo gareggia con i migliori volti dipinti dal maestro Guido Reni.

«Quest’opera ha una doppia matrice da tenere in considerazione – spiega Pulini –, quella pittorica del genere della ritrattistica e quella letteraria, perché Tassoni ebbe un ruolo di rilevo nei primi decenni del Seicento, tanto da essere considerato erede di Ariosto e di Tasso presso la corte estense».

Il recente restauro ha infatti fatto riapparire una collana, oscurata dal nero della veste, che ricorda quelle del cavalierato, onorificenza che Tassoni ricevette nel 1632. Gli anni 30 del Seicento sono gli anni del lavoro in bottega di Cantarini presso Reni. Il giovane Simone ha ventitré anni e fa carte false per entrarvi. Talento precoce. Virtuoso del disegno. Sensibilità pittorica spiccata. E uno sguardo capace di cogliere sfumature luminose e caratteriali. Sa di essere bravo. Le cronache lo descrivono irrequieto, artisticamente e sentimentalmente. Un po’ sbruffone. Ribelle. E non mancarono le invidie di artisti e le ire gelose di mariti traditi. Un litigio con Guido Reni si rivelò insanabile. Gli ultimi dieci anni di vita li trascorse lontano dalla bottega del maestro. Morì nel 1648 avvelenato non si sa con certezza da chi. Esuberanza ed energie che riversava anche nella sua arte. Prolifico. Moltissimi i disegni che ha lasciato e i dipinti, soprattutto ritratti di una committenza ecclesiastica e privata.

«Una parabola intensa. I suoi disegni sono caratterizzati da intensità espressiva – sottolinea Pulini –. Lo sguardo di Tassoni in questo dipinto è uno sguardo sovrappensiero che restituisce una profonda qualità di pensieri. Una vocazione al vero filtrata dalla lezione idealizzante di Reni».

Il quadro ebbe successo tra i letterati, tra i bibliofili, ma non nel mondo artistico. Fino al 1930 si trovò nella Villa Cabianca presso Vicenza. Se ne ha notizia nel 1935 perché venne esposto in una mostra dedicata a Tassoni. Poi se ne persero le tracce. Si credeva opera di Reni, ma senza certezze. Riemerso qualche anno fa in ambito privato, oggi appartiene alla Galleria Ossimoro, a Spilamberto, di Sergio Bianchi.

La rassegna “Unicum” continuerà dopo questa mostra con l’esposizione dal 10 settembre al 31 ottobre del dipinto “Paesaggio con amorini in gioco” di Reni.

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