Un’affermazione che abbiamo ascoltato spesso in questi giorni è: «Siamo in guerra». Poi qualcuno osserva che però, a essere precisi, in una guerra il nemico è palese, non subdolo come in questo frangente epidemico. Eppure, la sensazione di trovarsi su una linea di battaglia è forte ed è stata ben spiegata da Elias Canetti – Nobel letterario del 1981 – nella sua opera cardinale Massa e potere.
Dice Canetti che le grandi epidemie lasciano un ricordo vivo perché agiscono fulminee come le catastrofi naturali; ma mentre un terremoto si calma in brevi scosse, l’epidemia dura mesi e mesi. Il terremoto fa tante vittime tutte insieme; l’epidemia ha un effetto cumulativo: dapprima sono colpiti in pochi, poi i casi si moltiplicano e tutti sono testimoni di come la morte avanzi impietosa. Partecipiamo, così, a una lunga battaglia con un nemico invisibile: non possiamo colpirlo, ma lui colpisce noi.
Ecco, siamo in guerra, ma la battaglia è condotta solo dalla schiera avversaria, che colpisce chi vuole e con tale frequenza da gettarci nello smarrimento. I morti si fanno massa nell’epidemia, un risultato imposto da un potere sconosciuto, che ci lascia in una terribile attesa. E quale altro evento si conclude con una massa di morti? La battaglia, appunto, il cui obiettivo è proprio ridurre la quantità dei nemici vivi. Sì, siamo dentro una guerra davvero singolare.
E come poterla vincere se non mediante la ragione? Serve escogitare e mettere in campo la strategia che l’uomo possiede in se stesso: l’astuzia, quella furbizia che è nata dalle prove dolorose della vita. Capiamo che il contagio, come dice il nome, nasce dal contatto e dunque ci isoliamo gli uni dagli altri, perché chiunque potrebbe portare in sé il pericolo. Alcuni fuggono verso le campagne, altri si tappano in casa. Ciascuno schiva gli altri. Ma nel bel mezzo di questa condanna accade il prodigio: ci sono persone che guariscono, sopravvivono e diventano invulnerabili, tali da poter avvicinare i malati, assicurare loro il gesto della pietà.

La storia ci ha riservato un caso davvero peculiare: un uomo che si ammalò di un grave contagio, ne guarì e descrisse – da storico – la vicenda. Si tratta di Tucidide, tra i primi a osservare l’epidemia che attanagliò Atene quattro secoli prima di Cristo. Il suo racconto, nel Libro II della Guerra del Peloponneso, è una pagina secca, nitida, potentissima: lo storico non fa sconti e narra in poco spazio le cose come accaddero, una sciagura mille volte più grave di quella che viviamo noi oggi.
Gli uomini morivano come mosche – racconta Tucidide – e i loro corpi venivano ammassati gli uni sugli altri; gli stessi medici, che non conoscevano il morbo, furono i primi a caderne vittime; i templi in cui la gente andava a dimorare erano pieni di cadaveri; si vedevano persone agonizzanti vacillare per le strade o radunarsi, assetate e brucianti, attorno alle fontane. Non si teneva più alcun rito funebre: i morti erano seppelliti come capitava; e chi aveva tanti morti in casa da non poter più sostenere la spesa di nuove sepolture accorreva a un rogo eretto da altri e vi gettava sopra anche il proprio defunto.
E poi, a un certo punto, accade qualcosa di portentoso e Tucidide lo racconta: «Più di tutti provavano compassione per i malati e i moribondi coloro che già avevano preso la peste e ne erano guariti. Essi non soltanto conoscevano quello stato per esperienza diretta, ma erano anche sicuri che la malattia non avrebbe colpito per due volte la medesima persona, o che se ciò fosse accaduto il secondo attacco non sarebbe potuto essere mortale. Tutti si rallegravano con loro, ed essi stessi si sentivano così privilegiati dalla loro guarigione da credere che anche in futuro non sarebbero più potuti morire di malattia».

2.500 anni fa, in una società in cui non esistevano farmaci e nessuna difesa contro le malattie, un Tucidide aveva già colto il senso dell’immunità: se uno si ammalava e guariva, non solo era salvo ma sapeva che non si sarebbe ammalato di nuovo. Era il barlume di ciò che poi è diventata la tecnica dei vaccini, la furbizia suprema che abbiamo contro le epidemie: formare dentro noi stessi, e preventivamente, le difese contro un nemico infido che prima o poi colpirà.
Siamo in guerra, c’è un nemico da abbattere e dobbiamo vincere, ne va della tenuta civile. E vinceremo, grazie al pensiero della scienza fondato sull’osservazione, con quell’arguzia che sprigionò dal mondo antico, dall’intelligenza sagace di un Ulisse. È l’arma migliore che abbiamo per sovrastare il destino cieco di un’epidemia. Ragioniamo con arguzia, non facciamoci accerchiare dal nemico e affidiamoci alla scienza: è tutto quel che serve per vincere. Oltre a una buon colpetto di fortuna, che non guasta mai.

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