Si fest di Savignano, apertura nel segno di Marco Pesaresi

Agli occhi che sapevano guardare “oltre”, allo sguardo di Marco Pesaresi che lo ha condotto ovunque nel mondo , sarà dedicato l’omaggio che il Si fest di Savignano – giunto alla sua 31ª edizione – dedicherà il 9 settembre al compianto fotografo riminese, il cui intero archivio (composto da oltre 140mila documenti tra negativi, fotografie, provini, stampe e diapositive) è stato donato alla città e al suo festival fotografico dalle eredi, la madre Isa Perazzini e le sorelle Laura e Simona.

Lo spettacolo in apertura

Il 9 settembre il Si fest si aprirà al cinema teatro Moderno (21.30) con lo spettacolo teatrale “Il metro di Marco”, scritto e recitato da Teresio Troll, per narrare il lungo viaggio fotografico di Pesaresi. L’ingresso è a offerta libera, con l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare all’Hospice di Savignano.

Il vincitore dell’edizione 2021

Come consuetudine nelle giornate del festival si terrà l’assegnazione del 21° Premio Pesaresi, ambìto riconoscimento destinato a fotoreportage connotati da progettualità e innovazione nell’ambito del linguaggio della fotografia contemporanea e della cultura visiva. E il pubblico potrà ammirare al Consorzio di Bonifica “Delhirium”, reportage decennale su Nuova Delhi, affascinante e caotica megalopoli indiana di Andrea De Franciscis, vincitore dell’edizione 2021 del Premio.

Il fotografo napoletano attualmente vive e lavora a Delhi, da dove collabora con testate italiane e internazionali come Time, National Geographic, Al Jazeera, El Paìs.

De Franciscis, questa edizione di “Si fest” è incentrata sulla scuola e la didattica dell’immagine. Come si può sviluppare nei giovani filmmaker e fotografi la passione per la creazione di un immaginario nuovo, capace di ripensare i nostri modi di vedere e raccontare?

«Mi sono incentrato su una fotografia nuova ma non autoreferenziale e autoprodotta, che in realtà esprime una falsa stereotipata identità, come i selfie. I giovani devono imparare a guardare dentro sé stessi per imparare come si può raccontare il mondo».

Condivide l’esigenza che la fotografia freelance focalizzi la sua ricerca su temi come i diritti dei minori e delle donne, religione e ambiente?

«Certamente temi come l’ambiente e il futuro delle prossime generazioni sfidano la passione umana e civile dei reporter. Vedendo come ancora venga negata la concessione di diritti come lo ius soli, o quanto diffusa sia la violenza contro le donne, un reporter deve sentirsi al centro di determinati argomenti».

«Enigmatica e al tempo stesso didascalica… luogo in continua trasformazione, dove nulla sembra essere impossibile»: in che modo questa India dai mille volti, tema della sua mostra, è specchio degli immani processi di trasformazione globale?

«La realtà è ben diversa dall’immagine che si ha ancora in Occidente di un’India pervasa dal misticismo. Negli ultimi dieci anni, periodo in cui ho vissuto a Delhi, si è verificata una deriva provocata dal nazionalismo e dall’estremismo religioso, che sta cancellando ogni tipo di minoranza. L’India mi appare oggi come uno dei Paesi più materiali al mondo, dove non solo la povertà ma anche la ricchezza è spropositata e non esiste più un’India veramente plurale».

Si legge nella motivazione del Premio a lei assegnato che sono «l’imprevedibilità, la frammentazione e la crudezza della realtà» a dare una nuova veste al reportage, contribuendo ad allargare i confini della fotografia. Anche il lavoro di Marco Pesaresi lo dimostra.

«È il senso della fotografia come immersione totale di vita, senza pregiudizi ma scavando nel profondo. Ora non si ha più questa capacità di guardare con uno sguardo limpido sul mondo».

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