Si è spiegato male, ma si è capito bene

In una fase di grande fermento a livello societario, anche la squadra è tornata a promettere belle cose. Se poi pian piano il Manuzzi riprende ad essere quello vero, la chimica di gruppo diventa completa. In due anni di pandemia, ci sono stati problemi ben più gravi, come no. Facciamo finta di niente per un attimo e pensiamo solo al calcio. In Serie C, una brutta partita con il pubblico si limita ad essere una brutta partita. Una brutta partita senza pubblico o con lo stadio silenzioso è un qualcosa che non si può vedere, tipo il pane spezzato per dare ulteriore condimento a un bel piatto di spaghetti, mischiare il tutto a lungo e mangiare freddo. Terribile vero? Eppure a Cesena c’è stato chi lo faceva al ristorante ed era Carlos Mario Carbonero, meteora colombiana il cui dietista meriterebbe il carcere duro. Con lo stadio carico e il pubblico che tifa, vedere il Cesena è un’altra cosa: a una squadra fanno bene gli applausi e fanno bene anche i fischi, visto che dalla brutta roba contro il Grosseto, qualcosa è davvero ripartito.

Delle prime sei squadre del girone, il Cesena è quella che segna meno: 39 reti in 27 partite. Ha un bel saldo tra gol fatti e subiti (+19) e con l’attacco a pieno regime, il colpo di pedale per lo sprint per il terzo posto può arrivare davanti. Nelle ultime 5 gare ha aumentato i giri del motore segnando 11 gol, un dato che assume ancora più valore, visto che in mezzo c’è stata una parentesi di secca con la sconfitta per 1-0 a Modena.

Se Pierini resta questo (2-3 tiri in porta non banali a partita) e Caturano, Bortolussi e Pittarello fanno quello che sanno fare in C, ora questa squadra ha 2 gol a partita nelle corde. Poi ci sono gli avversari che non sono mai d’accordo e non collaborano, ma l’impressione è che il mercato invernale abbia spostato in avanti il centro di gravità. Con Pittarello o Caturano che entra dalla panchina, ora c’è la possibilità di fare cambi migliorativi in attacco e giocarsi un asso di bastoni sul tavolo nell’ultima mezzora sarà una carta importante, soprattutto in primavera.

Un maestro di calcio pratico come Beppe Iachini urlava negli allenamenti: “Semplici in difesa, cattivi in attacco”. Era tutta un’altra epoca e non c’era costruzione dal basso, anzi: dalle retrovie i lancioni terra-aria di Christian Terlizzi sono stati per mesi un concreto rischio-infarto per i piccioni che volavano sopra il campo di Villa Silvia. Davanti invece si cercava ciò che un giocatore di quella squadra definì in modo mirabile, con una pennellata alla Pablo Picasso: “Giochiamo bene, ma ci manca la cinicità”. Ora, il concetto di fondo era chiaro: se hai la palla buona, devi fare gol. Resta da capire da dove avesse preso l’ispirazione per assestare quel calcio al fegato alla lingua italiana. Forse dal cinema (i celebri studi di Cinicità)? Oppure dal Festival di Sanremo del 1982 (“cinicità, è un bicchiere di vino con un panino, la cinicità”)? L’aveva spiegata male, però si capiva bene quello che intendeva dire, ci siamo arrangiati e siamo andati avanti. D’altronde in Italia facciamo così quasi tutti i giorni.

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