Shoah, il drammaturgo forlivese Gianni Guardigli a Roma

«Il 27 gennaio 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz, campo di concentramento e di sterminio costruito dai nazisti, dove persero la vita oltre un milione di ebrei, tra cui molte migliaia di ebrei italiani. Da quel momento fu chiaro all’universo intero cosa fosse accaduto».

Anche il suo autore, lo scrittore e drammaturgo forlivese Gianni Guardigli, sarà sul palco del romano Teatro Basilica per la prima rappresentazione di “Sonata per anime semplici e contrabbasso”, il 29 (alle 21) e il 30 gennaio (17.45), per rivelare con intuizioni poetiche il percorso creativo dell’opera, che si prefigge il compito di scuotere le coscienze riandando dal tragico passato di dolore universale ad un oggigiorno altrettanto universalmente sofferente.

In scena Elisabetta De Palo (gia protagonista sul piccolo schermo della soap opera “Vivere”) interpreterà due monologhi legati da un filo tematico e temporale. Dando voce a due personaggi collegati dal senso profondo di un’osservazione da due angoli di Europa nel medesimo momento, i giorni della fine della Seconda guerra mondiale. Le improvvisazioni sonore di Carla Tutino si pongono il compito di esaltare il ritmo del testo, costruire i movimenti profondi delle due interiorità, sottolinearne i pensieri, creando così una vera partitura per voce e contrabbasso.

Guardigli si è affermato grazie a testi che vivono del confronto, della domanda, del raffronto con i temi della memoria, per cui il problema di scegliere una via, una chiave di lettura e di messinscena è fondamentale.

Guardigli, qual è il ruolo fondamentale che affidate alle “emozioni sonore” in questa “vera partitura per voce e contrabbasso per anime semplici”?

«Penso che girarsi indietro per cercare di interpretare il secolo da poco concluso e tristemente pieno di episodi storici terrificanti sia un po’ il vaccino necessario per intraprendere il viaggio verso il futuro protetti dalle nostre difese immunitarie».

In che modo attraverso il filtro della memoria «unica zavorra e bussola» si approda «all’oggi caotico e disperso»?

«Proprio perché studiare gli errori commessi è il primo passo verso la consapevolezza. Purtroppo, però, non posso negare che la Storia ci ha buttato in faccia una triste realtà: l’uomo difficilmente riesce a fare tesoro della lezione del passato e spessissimo ripete gli stessi errori. Ciò non significa che dobbiamo rassegnarci e alzare bandiera bianca».

Come si sente nascere la necessità «di un teatro di parola, di un teatro in versi e di un teatro civile», del «poter dire anche in questa momento delle cose attraverso il linguaggio teatrale»?

«La scrittura teatrale è forse la più libera fra le varie forme espressive in cui la parola è protagonista. Scrivere per un attore o per una attrice è confezionarle un abito adatto alle sue possibilità espressive. Quindi il verso libero, in certi casi è il tessuto e il taglio adatto a quella voce e a quel corpo. I temi del teatro civile invece non sono altro che i temi che hanno segnato la storia del teatro in tutte le epoche e, soprattutto, ai suoi albori. Faccio riferimento alla tragedia greca».

Quanto si avverte come primaria l’esigenza di far sentire qual è «la grande umanità che accomuna gli esseri umani nel dolore»?

«Con il teatro parliamo di noi, della pasta di cui siamo fatti e di ciò che siamo stati capaci di fare. Mettersi nei panni di un altro è il primo esercizio che un essere umano dovrebbe fare per migliorare il metro quadro di terreno che ha intorno o per migliorare la qualità dell’aria che respira».

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