“Sfregi”, le opere di Nicola Samorì in mostra a Bologna

È la vulnerabilità della materia. La fragilità dell’immagine. Il tempo che trasforma, ma non uccide. Il soggetto delle opere di Nicola Samorì è l’invisibile che ferisce il visibile. Le forme si sgretolano, si liquefanno, mostrano l’essenza liberata dalle catene della perfezione. Forme del presente e del passato, quello rinascimentale e barocco soprattutto.

La prima antologica

L’artista forlivese (1977), che oggi lavora e vive a Bagnacavallo, ama da sempre la pittura dei grandi del Cinquecento e del Seicento. Una passione precoce che lo ha portato a sperimentare prima la scultura e poi la pittura, dando vita a opere e a una visione originalissime apprezzate a livello internazionale. Un percorso di riflessione sul tempo e sul legame con la contemporaneità che sarà possibile ripercorrere grazie alla mostra “Sfregi” che inaugura oggi a Palazzo Fava, a Bologna. La prima antologica in Italia di Samorì, curata da Alberto Zanchetta e da Chiara Stefani, progetto espositivo studiato dall’artista in esclusiva per le sale del Palazzo delle Esposizioni (fino al 25 luglio, progetto grafico di Leonardo Sonnoli).

Ottanta le opere visibili, realizzate negli ultimi vent’anni, che avranno come interlocutori gli affreschi e le opere dei Carracci, di Francesco Albani, di Canova.

«Bologna è la mia città di elezione – racconta Samorì –, ho studiato all’Accademia di Belle Arti, mi sono formato, ho ammirato fin da giovanissimo le opere di Reni, del Guercino. Per questo motivo per questa mostra ho scelto le opere più adatte per creare un’atmosfera, un clima palpabile di sguardi reciproci, di interferenze».

Opere realizzate dal 2004 a oggi. Come è cambiato il suo lavoro in questi vent’anni?

«In realtà noto la somiglianza e la coerenza di quello che ho fatto più che le differenze. Ci sono degli aspetti che riverberano nelle opere che si creano. Il mio percorso artistico è una litania con accenti, stati di grazia, ma è anche un diagramma complicato e controverso. Alcune volte mi sembra di scavare degli abissi tra un periodo e l’altro e invece non è così. Sicuramente è cambiato il rapporto con il mio lavoro e sta cambiando ancora».

Come nascono i suoi lavori?

«Hanno origine da compulsioni. La fragilità della materia, la deturpazione a causa del tempo e del caso mi attraggono molto. È questa condizione che mi affascina. Ci sono forme che si portano addosso ferite senza perdere nulla, come quegli oggetti che quando si rompono non perdono la loro essenza che li identifica come episodi di grande densità. Questo è ciò che voglio rappresentare».

Lavori incentrati sull’ustione del rame, immagini di corpi scarnificati, soggetti vegetali e animali, il “Giardino anatomico”, la “Valle umana (Malafonte)”, opere di grandi dimensioni, ma anche opere più intime. E inoltre celebri modelli rinascimentali o barocchi a temi religiosi, che Samorì ha “sfregiato” con la sua sensibilità.

Perché questa azione così energica?

«Replico immagini che sono state messe al mondo nel 1600, ma nel ricrearle so cosa è accaduto dopo, cosa il tempo ha modificato e questo crea una collisione. Faccio coesistere codici di epoche diverse nella stessa immagine. Non sono un iconoclasta, i miei non sono sfregi, sono addizione di senso e di storia. Sembra un paradosso, ma nel rendere visibili le deturpazioni del tempo, le corrosioni, voglio esprimere un vero e proprio culto per la materia. Il mio è un atto di devozione nei confronti della forma».

Molte sono le figure religiose soggetto delle sue opere. Qual è il suo rapporto con la religione?

«Sento l’appartenenza religiosa, è un legame con qualcosa che ho trovato, che fa parte della cultura in cui sono cresciuto, dell’immaginario che ci circonda. Tele in cui si racconta di ferite e di rinascite, temi che vanno al di là del particolare, perché sono temi universali».

Tra le opere in mostra anche opere realizzate con diverse tecniche: sculture, disegni, aggregazione di materiali, pittura su pietra. Come convivono tra loro?

«Inizialmente mi sono avvicinato alla scultura, poi la pittura me la sono dovuta sudare. Cerco sempre lo scambio intenso tra queste due discipline, non vi è differenza di codici, si cannibalizzano, si nutrono a vicenda. Tento sempre di fare in modo che la mia pittura diventi scultura e la mia scultura pittura. Così è anche per le altre tecniche. Ad esempio partendo dalle cavità naturali, opero delle stratificazioni di pittura. Cerco i riflessi. È la natura che viene incontro con le sue ferite spontanee e agisco attorno alle cavità».

Info: www.genusboboniae.it

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