Serena Foschini: il Sassoferrato e Nicola Samorì tra rito e ferita

S alvifica è il nome dell’ultima edizione del Premio Giovan Battista Salvi di Sassoferrato, che nell’occasione ha deciso di ribaltare la sua formula. Non più una mostra collettiva da cui estrarre il vincitore, ma un’esposizione originale dove un solo artista è chiamato a confrontarsi con il genio del luogo, che ne ha preso il nome. Il Sassoferrato (1609-1685) per l’evento in corso è tornato “a casa” anche con una serie di dipinti inediti, restituiti all’autore grazie all’appassionata ricerca di uno dei curatori, il cesenate Massimo Pulini.

La scelta di dialogo tra due artisti, tra presente e passato, condivisa con Federica Facchini, curatrice della parte contemporanea, ha messo in campo opposte forze che però convergono in un botta e risposta calzante. Parrebbe strano accostare al campione dell’armonia e della norma apollinea un autore odierno come Nicola Samorì che, con la sua opera, cerca di mettere in scacco la bellezza, dando origine a cortocircuiti in cui l’arte rinuncia a essere accogliente, ma a ben guardare entrambi condividono lo stesso fine. Si tratta del nascondimento della propria mano, della rivincita della creatura sull’artefice e di una competizione serrata col tempo e con la durata. Sassoferrato nella ripetizione instancabile delle stesse forme fa intendere che la pittura dialoghi soltanto con sé stessa e, come un autore di icone occidentali, compie una pratica circolare, ricominciando dal principio un’opera che differisce di soli impercettibili scarti dalla precedente. Sembra quasi arrivare alla meditazione estrema di ricalcare un percorso esatto, per lasciare sulla tela soltanto il risultato, senza traccia dell’umano fattore.

La superficie maiolicata delle sue Madonne gemelle, dall’impassibile grazia, è davvero lontana dal gusto per la rovina e per la ferita di Samorì, ma anche l’artista romagnolo (nato a Forlì nel 1977, vive a Bagnacavallo), con la scelta di frenare il proprio virtuosismo nella casualità, dimostra di voler scomparire. La sua inquietudine, che infierisce sulla carne stessa della pittura, ci ha abituato nel tempo a veder sfregiare, fustigare, schiacciare, martoriare le sue figure, sia pittoriche che scultoree e ultimamente in questa azione da flagellante ha scelto come alleato (in romagnolo si direbbe aiutent de boia) proprio il caso, l’accidente. Una componente d’imprevedibilità chiamata a eludere il controllo di chi per innato talento domina troppo coscientemente la materia.

Samorì è consapevole che la bellezza ha bisogno di un danno per muovere gli animi, soprattutto in un’epoca come la nostra, dove la perfezione è associata alla freddezza della tecnologia, e così ripiega e calpesta una tela ancora fresca dove ha copiato con cura accademica una pala d’altare di Raffaello, oppure modella un corpo maschile in un materiale improprio come l’alginato, troppo molle per sostenerne il peso.

Nel suo omaggio diretto al Sassoferrato ha scelto di replicare più volte il volto della vergine dipinta dal maestro secentesco e di usare come supporto delle lastre di onice per così dire “cariate”, cioè bucate dalla presenza di un geode, una massa cristallina all’interno della pietra stessa. Queste cavità che l’artista chiama “bocche” finiscono per divorare il viso diafano di Maria, come farebbero l’oblio o l’incuria del tempo.

Altrove le spaccature nella roccia si collocano all’altezza degli occhi di una Santa Lucia, contaminando l’armonia delle pennellate con l’equivalente di ludi naturae, scherzi di natura, bizzarie della biologia, che diventano però la parte viva e selvatica del racconto.

Conclude l’esposizione una sorprendente Madonna del sasso in marmo di Carrara, costruita come una di quelle figure verosimili che gli speleologi rintracciano tra le stalagmiti delle grotte e che hanno ancora il caso come scultore. Al posto del Bambino tiene un sasso, della sua stessa materia, un marmo bianco che è stato levigato dall’acqua di un fiume, fino a dargli la forma di una sfera; la stessa che regge in mano il bellissimo Salvator mundi del Sassoferrato presente in mostra.

“Salvifica. Il Sassoferrato e Nicola Samorì tra rito e ferita”. Palazzo degli Scalzi, Sassoferrato (An) 28 ottobre – 15 gennaio. Info: 0732 956257

Commenti

Lascia un commento

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui