Senzatetto ai tempi dell’epidemia. Dal 16 aprile chiude il rifugio di Imola

Senzatetto ai tempi dell’epidemia. Dal 16 aprile chiude il rifugio di Imola
L'unità di strada della Croce rossa di Imola

IMOLA. Mentre di giorno in giorno diventano più stringenti le disposizioni che vietano ai cittadini di uscire di casa senza motivo per limitare il contagio, c’è anche chi in casa non ci può proprio stare. Semplicemente perché una casa non ce l’ha. Sono i senzatetto che a breve, dal 16 aprile prossimo, resteranno anche senza il rifugio notturno “Casa Sofia”. Il progetto di accoglienza era nato nell’autunno scorso grazie al lavoro congiunto della coop sociale Solco, Caritas e Croce Rossa, era partito il 16 ottobre ed era stato finanziato con il fondo per la povertà e i soldi dedicati all’emergenza freddo. Da qui la natura limitata del finanziamento e transitoria dell’iniziativa, che si esaurisce proprio il 16 aprile. Fin da prima che l’epidemia sconvolgesse i piani di tutti i servizi socio sanitari non solo imolesi, ma italiani e non solo, oltre che delle vite di tutti, la compagine sociale impegnata nel progetto di accoglienza sperava di poter rifinanziare l’esperienza e magari farla evolvere anche in un progetto più ampio e flessibile, da continuare oltre il periodo invernale e le basse temperature. Perché il problema esiste, anche quando non fa freddo, e oggi in particolare con quello che sta succedendo: i senzatetto a Imola ci sono, Ce ne sono una parte di stanziali, alcuni di passaggio.


L’esperienza di Casa Sofia
Casa Sofia, nata appunto ad ottobre, è in sostanza un appartamento di 4 stanze messo a disposizione dalla Diocesi, allestito come una sorta di piccolo dormitorio, al quale però hanno accesso un numero limitato di persone (4 donne e 12 uomini al massimo alla volta) che già sono entrate in contatto con uno dei centri di ascolto Caritas o con Croce Rossa e hanno accettato regole precise e un percorso da intraprendere. Si occupa degli spazi e di accoglierli Pietro Pezzino, il custode, che dialoga con loro ogni giorno. A riprova del fatto che una struttura del genere serve in una città come Imola che storicamente non ha mai avuto un vero e proprio dormitorio, ci sono i numeri. Da ottobre a fine febbraio scorso a Casa Sofia erano transitate 39 persone: 31 uomini (di cui 19 stranieri e 12 italiani) e 8 donne (6 italiane e 2 straniere). «Sono persone che sono finite in strada per le ragioni più disparate – spiega Claudia Carloni della coop sociale Solco, coordinatrice del progetto –. La maggior parte di loro gravita su Imola, solo una minoranza sono di passaggi. Se hanno familiari li rimettiamo in contatto, ma spesso sono persone sole o che hanno rotto in maniera drastica ogni tipo di legame». Ci sono persone che dopo un divorzio si sono lasciate andare completamente, persone uscite da comunità di recupero, una giovane donna straniera in fuga dalla famiglia, persone con disturbi psichiatrici, persone che hanno scelto semplicemente la strada per viverci. Molti di loro vengono intercettati dall’Unità di strada che esce, anche ora, tre sere a settimana, il lunedì, mercoledì e venerdì. «Delle cinquanta persone incontrate nell’ultimo periodo, una decina hanno accettato le regole per entrare al rifugio», spiega la presidente della Croce rossa di Imola Fabrizia Fiumi. Ma i senza dimora sono ancora di più. «Nel 2019 sono transitati dai centri di ascolto della Caritas 110 senza dimora», spiega Alessandro Zanoni che ai centri di ascolto opera. Chi entra, e potrà farlo ancora per un po’, a Casa Sofia, è una persona che ha accettato delle regole. «Innanzitutto di essere preso in carico da un servizio, che sia Sert, Asp, Dipartimento di salute mentale, per seguire un progetto specifico di graduale recupero della propria vita – spiega l’educatore Marco Piancastelli che segue gli ospiti –. Qui nel rifugio, possono entrare la sera dalle 19.30 e uscire alla mattina alle 8». Hanno a disposizione letto e coperte, un bagno, ma non la doccia che fanno alla Caritas. Ora si sono aggiunte le disposizioni di sicurezza dei decreti anticontagio, che la struttura osserva. Grazie alla generosità di forni, pasticcerie e botteghe, hanno sempre qualche genere di conforto per una cena frugale e una colazione. Ma quando scattano le 8 solo di nuovo tutti fuori, in strada, e fra di loro ci sono anche persone che uscite di lì vanno a lavorare. Succedeva così prima dell’epidemia e adesso a epidemia in corso è la stessa cosa. «Portano con loro in tasca un’autocertificazione, compilata con l’aiuto dei centri di ascolto, che dichiara che non hanno una casa –spiega Claudia Carloni –. Alcuni in questi giorni hanno avuto difficoltà a far comprendere la loro situazione durante i controlli che hanno ricevuto trovandosi in strada».
Difficile accogliere
La difficoltà principale, oltre alle risorse, che per questo progetto si esauriscono ora e non consentiranno di andare oltre il 16 aprile (inizialmente si sperava di poter arrivare almeno al 30), è trovare spazia datti. Più grandi e più attrezzati, ad esempio di docce oltre che di servizi. «Andrebbero trovate risorse per riformulare la prima accoglienza, con strutture più ampie da un alto ma anche più flessibili, permeabile» diceva Fabrizia Fiumi prima delle ordinanze restrittive anticoronavirus, ma il problema si pone anche oggi proprio anche in conseguenza della situazione sanitaria in atto.

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