“Semplice” ed essenziale: Francesco Motta in concerto a Cesena

Cantante, polistrumentista, paroliere e batterista: Francesco Motta è un artista a tutto tondo. Nelle sue canzoni parla d’amore, ma anche di politica. È partito il 26 giugno dal Goa Boa di Genova il nuovo tour di Motta che torna sul palco per presentare dal vivo il suo ultimo lavoro discografico Semplice, pubblicato il 30 aprile da Sugar. Si tratta di un disco che racconta il suo nuovo percorso di crescita personale e artistica attraverso un processo di semplificazione e di ritorno alle cose semplici. Prodotto dallo stesso Motta nel suo studio romano con la complicità di Taketo Gohara, l’album rispecchia la volontà di avvicinare sound e arrangiamenti alla dimensione live. Ritornerà a quella che è la dimensione essenziale per un artista come lui che è cresciuto, umanamente e professionalmente, sopra i palchi, suonando senza quasi mai fermarsi. Questa sera, 29 luglio, si esibirà alla Rocca Malatestiana di Cesena. Di questo nuovo viaggio estivo, del suo percorso e della sua vocazione musicale abbiamo parlato con lui.

Motta, partiamo proprio dalla sua ultima fatica. “Semplice” è un disco diverso dal solito, un po’ un ritorno alle origini. Perché intitolarlo proprio in questo modo?

«È una ricerca che ho fatto per cercare di arrivare all’essenziale e tagliare il superfluo. Solitamente il titolo viene scritto sempre dopo il disco, non prima. Quest’ultima “fatica” è stata sicuramente un modo di capirmi di più».

Cosa c’è ancora in lei di quel giovane pisano pieno di sogni?

«Grazie a questo disco, sono andato a ricercare perché ho scelto questo mestiere. Complice la pandemia che investito il mondo, mi sono posto domande che solitamente non mi pongo. Ho scelto la musica, non per gloria, noia o altro, ma perché senza lei non esisterei io. La musica non salva la vita ma a me l’ha salvata; mi fa stare a tempo con lei».

Lo scorso anno è uscito anche il suo libro “Vivere la musica” in cui racconta che cosa significa vivere con l’arte delle note. Lei quando e come ha compreso che la sua vita sarebbe stata musicale?

«Da bambino ho avuto una lunga influenza, di circa due settimane. Mia madre mi ha sempre detto che ho cominciato a suonare qualsiasi cosa mi passasse tra le mani. Non mi sono mai chiesto se suonare o meno, ho direttamente iniziato».

«C’è un solo modo per trovare la propria strada nella musica: sbagliare. Poi, sbagliare ancora. Sbagliare di nuovo, sbagliare per sempre. Sbagliare e sfilarci di dosso tutte le nostre convinzioni. Fino ad arrivare al cuore di ciò che stiamo cercando. Fino a trovare noi stessi»: questo afferma nel libro. Lei è riuscito ad afferrarlo pienamente?

«Ancora no, ma credo di essere sulla buona strada. Ho fatto molti errori ma, guardando indietro ho imparato da essi, cambiando anche prospettiva. In quest’ultimo disco ho avuto il coraggio di raccontare la luce che avevo, mentre prima ero più affascinato dal tormento».

Nel 2019 ha partecipato al Festival di Sanremo con “Dov’è l’Italia”, una riflessione intima nata dall’urgenza di raccontare un momento specifico del suo sentire: quello del disorientamento di fronte all’attualità del proprio Paese. Rispetto a prima, oggi è cambiato qualcosa?

«Assolutamente no, anzi siamo peggiorati. Troppo spesso abbiamo messo in gioco i diritti umani senza salvaguardarli, e difenderli sarebbe anche compito della politica che invece chiacchiera solo».

La sua musica come la definirebbe?

«Un mix di cantautorato, psichedelica, rock, leggera».

Quale fine ha, invece, la musica nei confronti della vita?

«Raccontare e fare un processo in più con maggiore responsabilità».

I suoi prossimi progetti?

«Continuo a lavorare alle colonne sonore e produrre per altri».

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