“School of mafia” terzo film del ravennate Pondi

Nelle sale cinematografiche finalmente pronte a riaccogliere il pubblico, esce il 24 giugno la black comedy “School of mafia”, terzo lungometraggio del regista e sceneggiatore ravennate Alessandro Pondi. Nel cast anche Emilio Solfrizzi, con la partecipazione di Paola Minaccioni e Nino Frassica.

Pondi, perché “School of mafia”?

«Più di dieci anni fa mi capitò di rimanere colpito dal titolo di un articolo di una importante testata nazionale che recitava “Aspiranti boss mafiosi Usa a lezione dai padrini siciliani”. Lessi e pensai che era proprio vero, la realtà supera la finzione. Mi è sembrato subito un perfetto soggetto per un film. E allora, assieme ai miei bravi cosceneggiatori abbiamo immaginato lo scenario: tre boss mafiosi newyorkesi di vecchio stampo, con tre figli inetti, perché nessuno dei tre vuole seguire le orme dei padri. Uno ama la danza, il secondo vuole diventare un poliziotto, il terzo è un rockettaro. Caratteristiche che farebbero venir l’orticaria a qualunque boss mafioso. Ed ecco la scuola di mafia (“School of mafia”, che rievoca “School of rock”) che servirà, pensano i genitori, a raddrizzare le schiene dei loro tre figli sciagurati. Ma sarà davvero così?».

Al centro di questo suo film appare ancora una volta la difficoltà per i giovani ad affermare i propri sogni di vita e di futuro.

«Questa è una storia di padri e figli, è una storia di libertà. È un romanzo di formazione che gioca in modo ironico e disincantato con gli stilemi dei “mafia movies”, con una comicità politicamente scorretta, ma soprattutto è una storia di gioventù e ribellione, in quell’età della vita in cui ti sembra che tutto ciò che ha fatto chi ti ha preceduto sia sbagliato. A cominciare da tuo padre, specie se è un boss mafioso».

Nel ruolo di uno dei tre padri boss, disperati per la prole inadeguata e ribelle, troviamo Emilio Solfrizzi (“Donato Cavallo”) che dopo tappe in teatro e in tv torna sul grande schermo e alla commedia dopo il ruolo drammatico ne “L’amore rubato” del 2016. Solfrizzi, come è stato questo ritorno al cinema con “School of mafia” e come si vive la situazione del cinema italiano dopo il lungo stop?

«Lo si vive da dentro con grande speranza ma anche grande angoscia di “inciampare” nuovamente. Il fermo ha creato enormi difficoltà alle lavorazioni obbligate a seguire le procedure. Ora la sensazione è che ci sia una grande voglia di tornare al cinema, a teatro, di vivere, perché sono vita».

Quanto è difficile riuscire a divertire su di un tema coma la mafia?

«Il cinema ha trattato da sempre argomenti attorno alla mafia, da “Il Padrino” alla commedia, come ne “La mafia uccide solo d’estate”. Il cinema se ne deve occupare e la deve raccontare in tutte le sfaccettature perché si possa anche in qualche modo esorcizzarla, prendendone le distanze e mettendo la mafia alla berlina».

Figurano al centro del film i problemi dei giovani e del desiderio di ribellione all’imposizione di modelli e di comportamenti. Si è evidenziato come un fenomeno come il bullismo rappresenti in qualche modo una violenza mafiosa. Lei ha sottolineato, parlando di alcuni aspetti della sua infanzia: «Ho sconfitto il bullismo con l’ironia».

«Il bullismo è un fenomeno che esiste e la sensazione è che adesso dilaghi questo anche a causa di certe forme di socialità che l’hanno declinata in varie sfaccettature. Ci sono quindi molte ragioni per raccontarlo e denunciarlo. Personalmente ciò che mi ha salvato è stata proprio la capacità di coinvolgere gli amici raccontandolo con divertimento, mettendo alla berlina, all’angolo chi bullizzava. Dico allora che se deve parlare, raccontare in famiglia, non tenerlo per sé».

In questi giorni è interprete di “Roger” di Umberto Marino, che sarà il 9 luglio all’Arena dei Pini di Cervia. Che cos’è questo monologo “tennistico-esistenziale”?

«L’azione rappresenta un’immaginaria e tragicomica partita tra un generico numero due e l’inarrivabile numero uno del tennis di tutti i tempi. È uno spettacolo bello, pieno, divertente. Io sono il numero 2, ovvero un personaggio senza nome, perché si riconosce nella gente che da sta dall’altra parte della rete, dove c’è la vita e ognuno combatte la propria partita, la sua personale battaglia quotidiana».

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