Savignano, maltrattata e disoccupata per malattia: sos anti-sfratto

Una dolorosa storia di maltrattamenti e abusi che hanno portato a un divorzio dagli strascichi giudiziari penali che ancora a distanza di anni si devono chiudere, la morte della madre che nei primi tempi contribuiva alle spese, poi una invalidità peggiorata e il lavoro che salta e con quello anche un paio di affitto. È una storia di equilibri precari, difesi strenuamente ma che ad un certo punto sono scivolati via quella che ha portato una donna savignanese a fare i conti con uno sfratto e a rivolgere una richiesta di aiuto al Comune.

La prima richiesta di aiuto

Non è la prima volta che le capita: accadde anche poco dopo il trasferimento a Savignano, dopo aver perso la casa di famiglia, «pignorata per colpa dei suoi debiti», spiega riferendosi all’ex marito. «Quando mi sono trasferita a Savignano con i miei due figli all’inizio c’era anche mia mamma che contribuiva alle spese, ma un paio di mesi dopo il trasloco purtroppo è deceduta». Era l’estate del 2021, ed è in quel periodo difficile e doloroso che il centro antiviolenza Alba, che già la seguiva, l’ha indirizzata ai Servizi sociali: alla sua richiesta d’aiuto una prima risposta fu l’attivazione di un progetto Cav, sigla che sta per Cittadinanza attiva volontaria, che prevede il riconoscimento di un piccolo contributo economico a fronte della disponibilità ad attività di volontariato nelle associazioni del territorio. «Mi davano 250 euro – racconta -, non molto ma all’epoca avevo bisogno anche di quelli». A quella soluzione tampone è seguito, da dicembre 2021 a maggio di quest’anno, un tirocinio ai sensi della legge 14, strumento regionale nato proprio per dare risposta alle persone che si trovano in stato di fragilità e vulnerabilità. È così che ha conosciuto la cooperativa sociale Cis, «Lavoravo nella lavanderia – racconta -, ero contenta e credo lo fossero anche loro, visto che mi avevano proposto un’assunzione». Ma a far saltare di nuovo i piani e l’equilibrio faticosamente raggiunto, ci si è messo il suo stato di salute: «Ho una malattia autoimmune e ho avuto un peggioramento che ha fatto aumentare la mia invalidità al 55%, ma il problema è stato che i medici mi hanno detto in modo chiaro che non avrei potuto continuare a fare quel lavoro, il rischio, sono stati chiari, era finire in carrozzina». L’esito di quelle visite fu una diagnosi funzionale che prevede un collocamento mirato in attività impiegatizie.

Il timore dello sfratto

«In estate mi sono arrangiata con lavoretti vari, ma ancora non ho trovato qualcosa di stabile», e in questo contesto le difficoltà economiche sono tornate a farsi grandi. «Mi sono rivolta di nuovo all’assistente sociale che mi seguiva, ma la proposta che mi hanno fatto è che mio figlio facesse un Cav, ho chiesto di poterlo fare io al suo posto, nei limito della mia invalidità. I miei figli stanno frequentano l’università, uno ingegneria a Urbino da pendolare, l’altra l’accademia delle Belle Arti a Napoli, con la borsa di studio altrimenti non potremmo permettercela, e per non perderla non possono rimanere indietro». Nel frattempo però l’assistente sociale che per lei era stata un punto di riferimento è andata via: «Me lo ha comunicato una quindicina di giorni fa, mi ha detto che sarei stata contattata da chi l’ha sostituirà, ma sono passati diversi giorni e ancora non è successo e il 16 novembre io ho la sentenza dello sfratto». Il timore della donna è che in questa fase di avvicendamento la sua situazione, ad ora ancora gestibile, degeneri. «So che esistono fondi per la morosità incolpevole, ma non so come muovermi, ho scritto anche al sindaco e al vicesindaco chiedendo aiuto, segnalando la mia situazione, ma ancora non ho ricevuto riscontro».

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