Savignano, Luciano Canfora al festival “Limes”

“Mediterraneo. Antiche e moderne rotte di civiltà”: dal 23 al 26 giugno, sulle rive del Rubicone, , terza edizione di “Limes. Festival della storia”, preceduta oggi (ore 19) da una prestigiosa anteprima nella rinnovata piazza Borghesi, con la relazione di Luciano Canfora su “Il mare degli imperi caduchi”. Ovvero, come spiega l’eminente studioso e saggista – docente emerito di Filologia greca e latina all’Università di Bari e coordinatore scientifico della Scuola superiore di studi storici di San Marino – con lui viaggeremo lungo una prospettiva storica che andrà dal Mediterraneo antico a quello medievale, mare luogo di incontri e di scontri tra popoli e imperi contrapposti.

Canfora, spesso si parla di cancellare gli studi classici. Ma, come lei ha ricordato ne “Gli antichi ci riguardano” (Il Mulino), il loro studio giova all’intelligenza dei moderni.

«È necessario e vitale per la nostra cultura non eliminare alcuni insegnamenti dalle scuole superiori, fondamentali per l’acquisizione della conoscenza e la formazione dei futuri cittadini e per la nostra democrazia. Posso capire che in un Paese “barbarico” come gli Stati Uniti, ancora segnato dalla separazione razziale, ci sia una forte spinta al superamento di tale divisione. Ma questo si accompagna spesso a richieste di cancellazioni culturali molto puerili. Noi per fortuna siamo immunizzati rispetto a derive iconoclaste di tale genere».

Ne “Le guerre di Cesare”, lei ha ricordato come Napoleone, confinato a Sant’Elena, abbia dettato il suo testamento politico proprio a partire dalla figura di Cesare. In che modo Napoleone ravvisò l’antecedente del tipo di potere da lui instaurato nella “dittatura democratica” di Cesare?

«Un’analogia che Napoleone aveva ben presente. Da giovane fu seguace di Robespierre, termidoriano, generale, console, poi si rese conto che per tacitare la reazione che invocava il ritorno dell’“ancien régime” doveva instaurare un potere personale e imperiale. Mi sembra lo stesso percorso di Cesare tra le varie parti in lotta. Quello di Napoleone fu quindi un calco del modello cesariano, divenuto “bonapartismo”, che a sua volta si affermò come modello politico lungo tutto il XIX e XX secolo».

Sul Mediterraneo di oggi, in “Idee di Europa. Attualità e fragilità di un progetto antico” e in “Fermare l’odio”, lei si è soffermato sul dramma secolare costituito da un’Europa «di colonizzati e colonizzatori».

«La mia proposta in “Fermare l’odio” è stata che l’Unione Europea si aprisse all’altra parte del Mediterraneo, costituendo un’unione “euroafricana” con i Paesi del nord Africa. Questa sorta di Gulliver che è il “gigante incatenato” Europa, potrà spezzare le sue catene solo quando farà politica estera in proprio, non più al servizio di altre potenze e saprà ripensare a una interazione tra ondate migratorie e vecchio continente che integri un capitale di cultura e conoscenza, bene comune a tutti, e un grande capitale umano».

Un mare, un’Europa, che non si è più denotata come area politico-culturale unitaria qual era nell’antichità. Se e come potremo tornare a esserlo?

«Occorre che si affermi una visione politica e culturale senza “ponti levatoi”. La storia ci insegna che la vicenda degli spostamenti di masse umane coincide con la storia stessa del genere umano. È puerile volervi porre un freno “a mano armata”. Gli stessi Stati europei che ora indossano l’elmetto per chiudere le porte e i porti traggono origine da migrazioni di popoli che investirono, in un processo storico durato secoli, la struttura statale all’epoca considerata la più forte: quella dell’impero romano. Il Mediterraneo, oggi cimitero a cielo aperto, era stato molto prima, e per un tempo non breve, un’area politico-culturale unitaria. Può tornare a esserlo se sapremo ripensare radicalmente la troppo augusta, arroccata e qua e là incrinata, “Unione” Europea».

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