SAVIGNANO. «Quando sto per addormentarmi spero di sognare mio padre, perché neanche la Fase 2 mi permetterà di vederlo» dice Angela Cocina, savignanese che lavora nell’assistenza per anziani tra Santarcangelo e Gatteo. «Ha quasi 81 anni e vive in Svizzera. Ora che i confini sono nella morsa del virus le restrizioni agli spostamenti restano dure. Dure come è stata la sua vita».
Emigrato da Potenza a diciotto anni, Giuseppe ha lavorato sempre: prima bracciante presso una famiglia numerosa («ogni Natale gli spediscono ancora il dolce con lo spazzacamino portafortuna»), poi operaio, finché per un tumore resta col braccio sinistro paralizzato, ma non si arrende. «Anche dopo la pensione non dormiva bene», ricorda Angela. «Succede così alle guardie notturne». Ha amato per trent’anni la stessa donna, «la morte credeva di dire l’ultima parola arrivando presto, ma lui non si è mai risposato. La ragazza con gli occhi come l’inchiostro non la poteva dimenticare».
Poi l’amore arriva anche per Angela che nel 1996 si trasferisce in Romagna, la meta di tutte le sue vacanze. Il padre preferisce restare nell’unico paese che conosce con gli altri familiari. Oggi si trova a Berna in una residenza per anziani. Undici piani. Lui sta nella zona degli italiani, al nono. «Sul tavolino di mia madre tiene le foto più care». Prima della pandemia Giuseppe aveva libertà di movimento con l’obbligo di tornare per i pasti. Camminava nel parco, andava alla messa. «Ora nessuno può entrare nell’edificio e sconsigliano di uscire, lui poi fatica a infilarsi mascherina e guanti con l’unico braccio sano». Finora secondo l’Oms circa la metà delle vittime mietute dal virus è formata da anziani che vivevano in case di cura. Se il rispetto elvetico per le regole non dà forse ragione di preoccuparsi, non fa però neanche sperare in un’attesa breve. «Il tempo è già contro di noi, giorni fa papà è caduto. Ma non mi permetto di pensare al peggio».
In un mondo interconnesso dove la Svizzera era dietro l’angolo con 7 ore di treno, la pandemia ha scombinato gli accordi internazionali ed i confini. «Ci telefoniamo tanto. Il personale è straniero e cerca di tener l’umore alto. Il cuoco dopo pranzo non torna a casa e gioca a carte con gli ospiti. Le infermiere si offrono per comprar qualche extra. Quando si fa buio immagino papà sul divanetto azzurro che guarda le foto. Una volta erano costose: ne ha solo una che lo ritrae con mia madre. In compenso ha scatti della nipote dai primi passi alla laurea. Quella dove Valy fa una gara ce l’aveva in ospedale quando il tumore tornò. Gli dava speranza. Ora che si avvicina il suo compleanno, lo sogno, sa? Sempre la stessa scena: arrivo con la torta e lui si commuove». Perché mentre s’innalzano barriere, le frontiere sembrano permeabili solo al virus e ai desideri del cuore.

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