Un dirigibile atterra nel torrente Uso: la storia di un volo che stupì la Romagna. Il ricordo del fatto a Santarcangelo

Santarcangelo
  • 03 ottobre 2026

Un dirigibile che plana nella valle dell’Uso, una folla che accorre da tutta la Romagna, contadini inizialmente diffidenti davanti a quella grande macchina volante e poi impegnati ad aiutare gli aeronauti. È una storia di oltre un secolo fa che torna alla memoria con l’incontro «Poggio Berni 30 settembre 1910. Un dirigibile atterra nel torrente Uso», in programma domenica 4 ottobre alle 10 alla Celletta Zampeschi di Santarcangelo.

«Ricordo, di quand’ero bambino, il racconto di un fortunoso atterraggio nella valle dell’Uso di un dirigibile, credo nei primi anni Dieci, però non tragico. Allora la parola dirigibile era una parola nuova, di un oggetto nuovo, che in dialetto diventò “e dirgibil”...». Così Antonio Baldini rievocò l’episodio, uno dei primi incontri con quella modernità che arrivava dal cielo e che, per la prima volta, si affacciava sui cieli di questo territorio.

È una storia che l’archivio della Società operaia di mutuo soccorso, impegnato a recuperare il passato per parlare al presente pensando al futuro, non ha mancato di ospitare, attraverso rare immagini ed esaurienti testimonianze scritte e orali. E che torna ora al centro dell’iniziativa del 4 ottobre, «Un dirigibile atterra nel torrente Uso», con un inedito approfondimento affidato alla relazione di Claudio Pasolini.

Il dirigibile numero 2, progettato come il numero 1 dal conte Almerico da Schio, intraprese un volo di prova con partenza da Vigna del Mare, a Roma, e arrivo a Campalto, Venezia, per un totale di 510 chilometri. Il mezzo aveva una lunghezza di 63 metri, una cubatura di 4.400 metri cubi e viaggiava a una velocità di 50 chilometri orari.

«Alle 10.45 – svela nel suo rapporto il comandante – superato il valico di Viamaggio ci indirizzammo per la valle del Marecchia... passando sopra Sant’Arcangelo. Quivi la marcia del pallone è apparsa incerta...».

Cos’era accaduto? Agli sbocchi del valico di Viamaggio, forti correnti aeree tendevano a spostare il dirigibile dalla rotta. Il vento soffiava a raffiche e l’equipaggio fu costretto a innalzarsi prima a mille, poi a 1.500 e infine a 1.800 metri, gettando via la zavorra. Ma non bastava. «Decido allora di planare su una spianata del fiume Rubicone che ritenni molto adatta allo scopo», racconta il comandante.

Nel frattempo la folla, interessata all’impresa e arrivata da tutta la Romagna, si stava radunando a Santarcangelo. A contenerla, a stento, oltre 300 uomini di truppa arrivati da Rimini.

Il cronista del Corriere della Sera, giunto a Santarcangelo alle 13.30, documenta scene incredibili: brigate di ciclisti con le trombe, automobilisti che avanzano avvolti nel polverone e contadini che indicano la strada verso il fiume Uso, non verso il Rubicone come erroneamente aveva inteso il comandante. La zona è quella di Camerano.

L’assembramento cresce a vista d’occhio. La strada è per tutti angusta e sterrata. Molti attraversano il fiume a guado per arrivare fino all’ombra del «miracolo sceso dal cielo», come lo definisce una vecchia contadina, con alle spalle la sagoma imponente della macchina volante, calata con «meravigliosa sicurezza».

I contadini, inizialmente richiesti di aiuto, rifiutano per timore del «mostro». Poi finiscono per rassicurarsi e il dirigibile può essere ormeggiato. Gli aeronauti stringono alcuni fili all’elica e riparano il tubo del ballonet. Da Bellaria arriva infine il rifornimento di zavorra e benzina, così da poter programmare la ripartenza per Venezia, l’indomani all’alba.

Alle 1.35 del primo ottobre il dirigibile riparte infatti alla volta di Bellaria, per approvvigionarsi di idrogeno e soddisfare l’enorme folla convenuta. Da lì potrà proseguire verso Venezia, non senza un ulteriore avventuroso atterraggio a Porto Fossone. Un altro episodio che contribuisce a rendere ancora più epica l’impresa. L’arrivo a Campalto è del 2 ottobre 1910.

Un evento che, oltre a rappresentare un significativo progresso nella storia dell’aeronautica italiana, lasciò una traccia fertile anche su questo territorio: nella conoscenza e nella considerazione delle nuove tecnologie applicate alla mobilità e al trasporto e nella passione che si accese attorno ad alcuni dei suoi prodotti, dalla bicicletta ai motori, fino alle automobili e alle motociclette.

Questo l’equipaggio del dirigibile numero 2: tenente di vascello Guido Scelsi, comandante; tenente di vascello Emanuele Ponzio, timoniere; tenente del Genio Emilio Minari, macchinista; Natale Cecioni, meccanico.

Roberto Vannoni

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