«Voglio raccontare solo se posso dire qualcosa del nostro tempo». Lo dichiara l’autore di “Non dire addio ai sogni” (Mondadori, 2020), l’ultima fatica letteraria di Gigi Riva, editorialista dell’Espresso, scrittore e sceneggiatore, lombardo d’origine e romagnolo di adozione. Ed è proprio nella città dove vive, Santarcangelo, che la presenterà lunedì 5, alle 21 al Supercinema, in dialogo col presidente della Regione Stefano Bonaccini, dopo un serrato viaggio che dal 1° settembre, quando il libro è arrivato nelle librerie, ha fatto tappa nei maggiori festival letterari.

Un lavoro che fa seguito al pluripremiato “L’ultimo rigore di Faruk” uscito prima in Francia e poi in Italia, con Sellerio nel 2016, divenuto un libro cult grazie anche al sapiente intreccio che l’autore ha intessuto tra le faccende calcistiche (quelle della Nazionale della ex Jugoslavia) con quelle della grande storia che ha interessato i Balcani di cui Riva è profondo conoscitore per aver seguito come inviato speciale le guerre balcaniche e il periodo post bellico.

“Non dire addio ai sogni” è un romanzo di formazione ma anche di denuncia, nelle cui pagine si coglie la realtà osservata, indagata, narrata con l’occhio e la mente dello scrutatore attento, avvezzo alla ricerca e al reportage, capace poi di andare oltre e toccare da vicino l’introspezione psicologica dei suoi personaggi, a svelarne sentimenti, emozioni, sogni.

Amadou, il protagonista, col suo dramma e le sue speranze, è uno dei 15mila adolescenti africani – e la stima è per difetto – che ogni anno vengono truffati, condotti e abbandonati in Europa con la falsa promessa di diventare calciatori. La sua storia è il pretesto per parlare di un’ennesima forma di immigrazione di cui manca il racconto; di un mondo globalizzato nelle aspettative di riscatto e nelle frodi, di malavitosi che giocano coi sogni e sulla pelle di giovanissimi lasciati poi in balia di bande e invasati religiosi a popolare le periferie; è il veicolo umano attraverso cui Riva racconta le vicende epocali degli ultimi anni.

Per queste e altre ragioni, tra cui uno stile espressivo sempre coerente con il contenuto, asciutto e non verboso, di grande scorrevolezza ma non per questo carente di profondità e ricchezza semantica, affascina, appassiona e chiede di essere letto tutto d’un fiato.

Riva, da cosa è scaturita la necessità di affrontare questo tema?

«Mi avevano chiesto di scrivere un racconto sull’Africa e il calcio per una rivista francese. Tutto è nato da lì: indagando e ricercando materiali e venendo a contatto a Parigi con l’associazione Foot Solidaire che censisce i giocatori africani, soprattutto minorenni, truffati da pseudo procuratori e abbandonati al loro destino. Un destino che tocca ogni anno a 15mila ragazzini. Una nuova tratta degli schiavi che mi è sembrata così odiosa da doverla approfondire, terribile perché toglie i sogni agli adolescenti».

Amadou dunque esiste? È una vittima reale?

«Io l’ho inventato ma lui è la somma di tanti tantissimi ragazzi africani, soprattutto appartenenti ai Paesi di lingua francofona, a cui è toccato nella realtà questo tragico destino».

Le vicende personali di Amadou si innestano nella grande storia, così come accadeva nella sua opera precedente.

«A differenza del libro su Faruk che rientra nella letteratura del vero, questo libro lo fa solo in parte. Non ho voluto soltanto raccontare il fenomeno ma inserirlo in un arco temporale dove sono accaduti fatti epocali che hanno condizionato il protagonista, costringendolo a fare delle scelte, e come lui tantissimi altri. Ho costruito, romanzandola, questa storia, che si snoda dal Senegal passando per Marsiglia, Nizza, e approda in Italia, a Roma, Genova, per incontrare i cascami di quei fatti storici».

Un modo per parlare della macro storia attraverso la quotidianità e i sentimenti di un giovane essere umano.

«Sì, ho voluto creare una storia individuale realistica che mettesse in risalto le storture della macro storia. Nel viaggio iniziatico di Amadou si affastellano i problemi di oggi, della malavita che recluta i clandestini, così gli jihadisti, della difficile realtà delle metropoli e del degrado delle banlieue, della dolorosa sopravvivenza di tanti abbandonati a se stessi nei sotterranei delle stazioni e di altri non luoghi».

Ha visitato e indagato le realtà di cui scrive?

«Sì, sono stato più volte in Africa e poi a Marsiglia, a Nizza, e le realtà che descrivo le ho viste con i miei occhi, come le problematiche evidenziate. Ciò che racconto è tutto vero anche se, ripeto, ho scelto la forma del romanzo».

Le vicende del protagonista rapiscono il lettore che vuole conoscere gli sviluppi, ma lei ci ha riservato un finale aperto.

«Mi sembrava giusto non inserire nulla di troppo edulcorato e allo stesso modo di troppo duro, insomma non ho voluto trasmettere un messaggio rassicurante ma neppure disperato».

Tutto lascerebbe intendere che possa avere un seguito: l’avrà?

«Non l’ho previsto e, se fosse, non sarà subito perché sono già immerso in un’altra narrazione».

Sono le storie dei cittadini di Nembro, sua città natale, scomparsi a causa della pandemia, che ha presentato poco tempo fa?

«Esattamente. Quei racconti stanno diventando un libro. Ho raccolto tutto il materiale possibile su Nembro e i suoi 188 morti per Covid. Qui, su 11mila abitanti, in due mesi il Coronavirus ne ha uccisi molti di più che le due grandi guerre. Con il mio lavoro vorrei che rimanesse una testimonianza del panorama umano che non c’è più, dei tanti personaggi che hanno contribuito a fare la storia di questo territorio come il vigile, il presidente della casa di riposo, l’intellettuale del paese e moltissimi altri».

Continua il filone di una narrazione sociale ed etica.

«A me piace scrivere storie seguendo ciò che sento sia necessario dire. Con Faruk volevo evidenziare la responsabilità individuale, con Amadou è stato il bisogno di ricapitolare, per me stesso e per i lettori, quello che è successo l’altro ieri, in Italia e in Europa, eventi epocali con conseguenze ancora in atto. La mia è sempre una narrazione dell’oggi ed è frutto di una ricerca, di un approccio giornalistico, cambia solo il modo in cui proporla».

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