Sant’Agostino come non l’avete mai vista

Sant'Agostino come non l'avete mai vista
Affresco staccato del Giudizio universale, Museo della Città

RIMINI. «Il 17 maggio 1916, quando Rimini venne squassata da un terremoto che si ripeté nei mesi successivi toccando in luglio una magnitudo di quasi sei gradi, gli abitanti non potevano sapere che, a parziale risarcimento dei lutti e dei crolli subiti, la città sarebbe stata gratificata dalla scoperta, determinata dalla caduta dei vecchi intonaci, di un vasto ciclo di affreschi all’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista, o di Sant’Agostino».
Comincia così il lungo e denso saggio di Daniele Benati, spina dorsale del volume Il Trecento riscoperto. Gli affreschi della chiesa di Sant’Agostino a Rimini (Silvana Editoriale) che verrà presentato venerdì 20 settembre a Rimini.
Un lavoro di grandissima importanza, in particolare dal punto di vista iconografico «che ci dà la possibilità di vedere gli affreschi di Sant’Agostino come non siamo mai riusciti a vederli» spiega Alessandro Giovanardi, autore del saggio in volume su “Teologia e simbologia degli affreschi”. «Un atlante completo che dimostra l’evoluzione della scuola riminese e la presenza al suo interno di autori di straordinaria importanza i quali, partendo dalla grande matrice di Giotto, vi uniscono le radici preziose del mondo gotico e bizantino proprie del territorio, creando un linguaggio che prima non esisteva. Perché i riminesi sono se stessi e null’altro».


Un unicum poco conosciuto
Benché opera poco considerata dagli stessi riminesi, Sant’Agostino, arriva a dire nella sua introduzione Antonio Paolucci, «sta al Trecento riminese come gli affreschi di Santa Croce a Firenze stanno al Trecento fiorentino». «La peculiarità della scuola riminese del Trecento – aggiunge Natalino Valentini, direttore del Marvelli – è di essere un ponte formidabile tra Oriente e Occidente e di perpetrare il nuovo linguaggio giottesco ma partendo dalle radici della tradizione cristiana orientale, bizantina». «L’elemento che ci stava più a cuore in questa operazione – sottolinea Valentini – era tentare di ripensare il patrimonio artistico-religioso in una chiave non solo storico-critica ma anche attraverso una lettura teologica che recuperasse aspetti iconografici, simbolici, biblici e in questo caso anche liturgici. Il tentativo è riconsiderare questo patrimonio nella chiave di un turismo culturale e religioso più attento alla storia. Speriamo che questo volume possa costituire una sollecitazione a considerare questo luogo come uno dei più significativi della città».


Cento anni di meraviglie
È un lungo percorso quello che ha portato alla realizzazione di quest’opera, un libro che finalmente svela a tutti, con uno sguardo ravvicinato, la maestosità, la raffinatezza e il dettaglio di queste opere preziose riscoperte solo 100 anni fa. Secondo Giovanardi «l’eccezionale qualità esecutiva dei maestri di Rimini e la loro coerenza linguistica hanno spinto i critici moderni ad applicare il concetto anacronistico ma efficace di “scuola” a una rete di personalità dal profilo biografico sfuggente, di maestri anonimi, di botteghe diffuse; questa definizione ad honorem si giustifica non solo con l’eccellenza stilistica e formale dei loro manufatti ma, a ben vedere, anche per la densità del pensiero teologico che il loro compatto simbolismo visivo ha saputo racchiudere».
I primi passi
Nel 1923 la prima mostra sui recuperi trecenteschi. Nel 1935, in periodo fascista, con catalogo di Cesare Brandi, la grande esposizione al Palazzo dell’Arengo, che all’epoca ospitava l’affresco staccato, poi conservato al Museo della Città dopo la mostra del 1995 curata dallo stesso Benati.
Il Giudizio universale fu staccato dall’arco trionfale tra il tetto e il controsoffitto della chiesa da Giovanni Nave. «Anche se in stato di conservazione non ottimale e alquanto sacrificato nel pur vasto ambiente che lo ospita, l’enorme affresco è tale da incutere tuttora soggezione» scrive Benati.
L’autore degli affreschi
Ma chi fu davvero l’autore del ciclo? Benati nel suo testo retrodata e riconsidera la mano di Giovanni da Rimini: Longhi fu il primo ad attribuire a Giovanni la decorazione della cappella della Vergine «in base al confronto con la croce tuttora conservata nella chiesa di San Francesco a Mercatello sul Metauro» (opera che le recenti indagini fotografiche di Urbinati hanno scoperto molto danneggiata dai tarli e necessitante di urgente restauro).

L’importanza di Rimini
Benati si sofferma poi ad analizzare «la discussione dei termini cronologici relativi all’attività di Giotto» a Rimini partendo dal Crocifisso del Tempo Malatestiano, attribuito al maestro toscano da Roberto Longhi. E, in una comparazione temporale e stilistica con le storie francescane di Assisi e quelle padovane degli Scrovegni, giunge alla conclusione che «la data esatta in cui Giotto operò a Rimini» è «da collocare entro gli ultimi anni del XIII secolo». Sottolinea lo studioso: «Fu forse a Rimini che, abbandonando le stesure metalliche che connotano il ciclo francescano di Assisi e ancora gli affreschi della sala capitolare del Santo, Giotto giunse a conseguire una delicatezza di stesura del tutto nuova». O ancora: «Che a Rimini egli abbia trovato un ambiente aperto alle sue sperimentazioni è del resto dimostrato dalle scelte innovative che fu in grado di introdurre nella carpenteria stessa della croce, razionalizzando e nello stesso tempo rendendo più elegante la foggia dei tabelloni: una novità che avrebbe faticato a far accettare nella stessa Firenze e che viceversa, grazie ai pittori riminesi, divenne immediatamente normativa in ambito adriatico».
Capitale culturale
«Ora che si è preso atto della precocità del soggiorno riminese di Giotto, appare tuttavia chiaro che la costituzione della scuola riminese (…) dovette aver luogo dopo tale accadimento, e che la decorazione della chiesa di San Giovanni Evangelista, voluta dalla comunità agostiniana in aperta competizione con quella intrapresa nella propria dai francescani, le offrì la prima occasione di manifestare le sue potenzialità in un campo, quello della pittura ad affresco, che l’avrebbe vista protagonista in ambito adriatico lungo tutta la prima metà del secolo».
Una Rimini antica, capitale di cultura, che ancora non conosciamo del tutto, e che questo libro forse ci aiuterà a scoprire.

Argomenti:
Avatar
About the Author

caposervizio Spettacoli e Cultura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *