Sanità Emilia-Romagna, scatta coundown. Donini: “Sei mesi per evitare blocco”

Scatta il conto alla rovescia per salvare la sanità dell’Emilia-Romagna e la stessa Regione dal disavanzo, da saldare coi piani di rientro, innescato dal maxi esborso Covid non ancora rimborsato da Roma. Il rischio è stato sventato nel 2021, ma adesso si ripropone più forte. Alla fine dell’anno mancano infatti sei mesi, poco di più, e bisogna iniziare a segnare qualche punto, per evitare privatizzazioni e declino del sistema in futuro. “Di sicuro, dobbiamo ottenere un risultato nei prossimi sei mesi. I fondi devono arrivare in sei mesi e le risposte ai lavoratori devono arrivare nei prossimi sei mesi, ovviando alle programmazioni sbagliate del passato”.
L’assessore regionale alla Salute, Raffaele Donini, lo scandisce partecipando al sesto congresso della Uil-Fpl dell’Emilia-Romagna e di Bologna a sua volta più che preoccupata, come emerge dalla relazione del segretario Paolo Palmarini. “Il fardello dei 700 milioni di euro di disavanzo nel 2022 previsto attualmente, di cui 400-500 targati Covid, ce l’abbiamo. Anche sul non Covid- si rammarica Donini dal palco, invitando il sindacato confederale a fare squadra pur nel rispetto dei ruoli diversi- non ci sarebbe problema, se potessimo usare le risorse che avevamo l’anno scorso e che invece abbiamo speso per il Covid, tuttora senza rimborso”.
Si sbraccia l’assessore regionale in sala: “Abbiamo impiegato tutte le risorse possibili e immaginabili per chiudere il 2021 in pareggio. Senza pareggio, arriverebbe una letterina del ministero dell’Economia, con il blocco del turnover al 100% per un anno e mezzo”. È la legge dello Stato, del resto: “Senza pareggio, dovremmo rientrare tagliando servizi o aumentando le tasse in 30 giorni. Esigiamo di non tornare a quel livello alla fine di quest’anno, lo Stato sostenga le spese Covid anche del 2022. La pandemia non è finita, a inizio anno abbiamo vaccinato e ricoverato”. Il punto, nota l’assessore regionale, è che tutto “oggi è ancora più difficile di ieri”, quando l’emergenza Covid era piena, “perché sta mancando un sentimento di solidarietà da parte delle Regioni. Lo penso quando sento il governatore De Luca dire che esisterebbe un patto di potere tra Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, fra l’altro con sistemi sanitari completamente diversi tra loro… noi pesiamo il 7% popolazione nazionale, ma il Covid qui ha colpito molto di più e in tutte le ondate. Chiederemo quindi di continuare a stabilizzare personale, anzitutto chi ha lavorato con noi e per noi”. In tutto questo, Donini spiega di essersi speso anche personalmente, cogliendo tutto quello che si può: “Ci siamo aggrappati, come un ubriaco si aggrappa ad un palo, al decreto Calabria, del 2019, che prevede anche norme sanitarie di interesse nazionale, dicendo ‘applichiamolo’. Consente l’estensione dei fondi del salario accessorio, tuttavia, solo se spesa personale è inferiore a quella del 2004 meno l’1,4%. Ma la spesa per il personale dipendente in sanità in Emilia-Romagna solo negli ultimi 3 anni è aumentata di 370 milioni, quindi figuriamoci dal 2004. Abbiamo proposto una modifica in commissione Salute, senza trovare di fatto solidarietà dai miei colleghi. L’ho rimessa in votazione per il 21 giugno, tuttavia, chiedendo al Governo di rimuovere quel vincolo. Vedremo”. Se Roma dirà sì, per il salario accessorio arriveranno altri 40 milioni. “Se al momento non possiamo erogarlo, non è perché abbiamo scassato il sistema ma perché abbiamo assunto di più, anche se- si rivolge Donini alla platea Uil-Fpl- in maniera ancora insufficiente secondo voi. Non possiamo pagare la colpa di aver assunto, con 6.000 professionisti in più e un turnover che, nei primi 5 mesi di quest’anno, non è al 50% ma al 100%”.

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