San Romualdo: l’arte vista da Dante

RAVENNA. Con “Le arti al tempo dell’esilio” giunge al suo secondo appuntamento il ciclo espositivo “Dante. Gli occhi e la mente”, momento fondamentale delle celebrazioni per il settimo centenario della morte di Dante.

Dal 6 marzo al 4 luglio 2021 la mostra, a cura di Massimo Medica, consoliderà il gemellaggio nel segno del poeta fra il comune di Ravenna e i Musei degli Uffizi, fra la città dove Dante nacque e quella in cui morì e riposa.

Promossa dall’assessorato alla Cultura del comune di Ravenna e dal Mar, la mostra troverà collocazione in un luogo altamente simbolico: la chiesa camaldolese di San Romualdo, attigua alla Biblioteca Classense.

Abate di Sant’Apollinare in Classe e fondatore, nel 1012, dell’eremo di Camaldoli e del ramo camaldolese dell’ordine benedettino, San Romualdo viene ricordato da Dante nel XXII canto del Paradiso, in una aspra polemica contro la corruzione degli ordini monastici: Romualdo e Maccario sono, nel racconto di San Pier Damiano, «li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo».

Annunciata alla presenza del presidente della Repubblica, durante la visita della delegazione ravennate, la mostra si caratterizza per un numero ristretto di opere, dall’alto valore artistico e narrativo: «La scelta curatoriale – specificano gli organizzatori – è stata quella di riunire solo testimonianze di assoluta eccezione, precisamente aderenti al tema, realmente emblematiche delle tappe dell’esilio dantesco. Proponendo ciò che il poeta ebbe occasione di ammirare nel suo lungo peregrinare per l’Italia, opere la cui eco influenzò la sua Commedia, straordinario “poema per immagini”».

Ed ecco che la mostra si apre con una scultura in bronzo dorato raffigurante Bonifacio VIII, il papa che sancì l’esilio di Dante, insieme a un calco del ritratto dello stesso Papa, opera di Arnolfo di Cambio e conservato ai Musei Vaticani.

Il percorso si dedica poi a inquadrare la città natale di Dante e il suo ambiente culturale, con importanti capolavori di Cimabue e di Giotto. La permanenza a Roma è evocata dalle effigi di San Pietro e dal San Paolo di Jacopo Torriti, che all’epoca dantesca si trovavano nel portico di San Pietro.

Da Roma, Dante raggiunse Forlì, per poi spostarsi alla corte scaligera di Cangrande della Scala a Verona: tessuti, oreficerie, tavole dipinte e sculture (opera del maestro di Sant’Anastasia) documentano la permanenza veronese.

Nel 1304 Dante fu a Padova, proprio mentre Giotto stava ultimando la Cappella degli Scrovegni: l’influsso giottesco si ritrova in opere come il preziosissimo Offiziolo, raffinata miniatura appartenuta a Francesco da Barberino. Spostatosi a Bologna, il poeta conserva l’ammirazione per l’arte della miniatura, tanto da citare, nel Paradiso, i due maestri Franco Bolognese e Oderisi da Gubbio: ne è un esempio, in mostra, la Bibbia istoriata appartenuta a Carlo V e conservata alla biblioteca del monastero dell’Escorial. A Lucca e a Pisa Dante rimase colpito dalle opere di Nicola e Giovanni Pisano: in mostra saranno presenti il calco della lunetta con la Deposizione dalla croce, proveniente dal Museo di San Matteo di Pisa, e l’effigie della Giustizia, commissionata per la tomba di Margherita di Brabante, moglie dell’imperatore.

Infine, con l’arrivo a Ravenna il poeta può confrontarsi con le opere di Giovanni e Giuliano da Rimini, all’epoca impegnati nella decorazione di una cappella in San Domenico: sono le opere di questi due autori a concludere il percorso espositivo.

Info: www.mra.ra.it

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