San Mauro, Simone Pellegrini per “Villa Torlonia arte”

«Intrecci di anime e voci, di storia e contemporaneità in un dialogo che traghetta i progetti dalla scena allo spazio museale. E l’arte ci spinge essa stessa a nuovi incontri, ci affama di racconti muti che crescono su un terreno bonificato dalla poesia».

Così si delinea nelle parole della curatrice Arianna Bargellini il progetto di “Villa Torlonia arte”, guidato da Atlantide e Sillaba, con il patrocinio del Comune e in partnership con il festival Santarcangelo dei teatri.

Nuove visioni tracciate come su un atlante, a partire da quelle che costituiscono fino al 4 settembre alla Sala delle Tinaie della storica tenuta, luogo di memoria e poesia pascoliana, la personale di Simone Pellegrini “Escaptura”, comprendente 8 recenti opere dell’artista anconetano insieme a libri utilizzati come taccuini di schizzi e studi come “Adorno e il tempo del non identico”.

La mostra ha proposto al pubblico il 16 luglio l’incontro con l’artista in dialogo con il critico e studioso di teatro, danza e arti visive Michele Pascarella, accompagnato dal video documento del 2020 “Une circonstance imparfaite” che ricostruisce l’elaborato processo di creazione delle opere nella casa studio di Pellegrini a Bologna dove insegna Pittura all’Accademia di Belle Arti.

La personale “Rovi da far calce” del 2003 ha inaugurato una lunga stagione di mostre dell’artista in Italia e all’estero, che lo vedrà a partire da fine settembre al Museo Gugging di Vienna, alla Galerie Hachmeister di Munster, poi a Milano, ai Musei Civici di Reggio Emilia e infine, grazie a un progetto itinerante, a Barcellona, Madrid, Parigi, Merida…

Un lavoro di avvolgente fascino visivo e concettuale, che rimanda d’impatto il visitatore a una sorta di decorativismo orientale fatto di segni e lettere come di alfabeti misteriosi, quello illustrato da Pellegrini a Villa Torlonia, che parte da una concezione assoluta ed esclusiva del linguaggio, come espressa anche nel surrealismo barocco dei titoli a partire da quello della mostra stessa: “Escaptura”, che assembra i concetti apparentemente contraddittori di fuga e di cattura.

«La lingua, da queste parti – dice Pellegrini – è imbrigliata, in un linguaggio non più denotativo ma compositivo, che nei titoli surreali si gioca le sue ultime carte ed è costretto a cedere il passo».

Ma la sua è pure ricerca che ha come fondamento, sottolinea, quello di delineare una nuova tipologia di significati anche filosofici, non andando alla ricerca di una profondità fine a sé stessa, ma di qualcosa che provi la tentazione di emergere da sé alla superficie, cercando un varco, di varcare la soglia verso lo sguardo.

Un lavoro che parte preliminarmente dal disegno e lascia poi che i pigmenti di una materia, estratta, cavata, che resiste, si depositino sulla carta strappata e incollata, come un negativo fotografico. «Una superficie che è la mia superficie. Quella dove solo io posso procedere».

Pellegrini, perché la sua opera viene spesso presentata da gallerie che riportano all’attenzione quello che è stato il movimento dell’Art Brut?

«Ciò che ha espresso l’Art Brut non è la libertà, ma la “necessità” dei pazzi, come degli artisti. Il concetto di “libertà” non è quello della libertà degli artisti. Penso spesso a Piero della Francesca come all’artista che ha insegnato la capacità di fare definitivamente a meno dei corpi».

A quali esiti anche immaginativi la conducono la predilezione per autori come Buzzati, Ceronetti, o per le pagine del Talmud?

«Siamo partiti per questa mostra discutendo di un disegno di Dino Buzzati, scrittore e pittore, dal suo “I miracoli di Val Morel”. Ugualmente ispirativo il pensiero filosofico artistico di Pierre Klossowski. Sono carte che su cui operare una ripetizione che per una specie di ritualità. Quando sono rientrato in studio ho scoperto che tra le tante scritte presenti sulle pareti, circa un anno fa, appuntai un passo tratto da “Fontamara” di Ignazio Silone: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”. Questi tre nulla sono l’orizzonte del mio sguardo d’artista».

Ingresso libero. Orari del Parco Poesia Pascoli: da martedì a domenica, 9.30-12.30 e 16-19

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