San Mauro: Rita Boschetti presenta il suo nuovo saggio sul Pascoli

Al Museo Casa Pascoli si lavora da circa una ventina d’anni sui documenti per ricostruire la biografia del poeta, con particolare attenzione al periodo dell’infanzia e della giovinezza, e con l’intento di fare emergere la personalità più autentica del Pascoli, ribaltando vecchi stereotipi e un’immagine edulcorata di poeta della bontà, chiuso nel proprio nido familiare e completamente dedito alle sorelle.

Così nelle parole di Rosita Boschetti, direttrice di Casa Pascoli e del Parco Poesia Villa Torlonia, si delineano le linee di questo lavoro di approfondimento e rigorosa rilettura della vita del poeta, che ha portato ora alla pubblicazione con Il Ponte Vecchio del suo L’anarchico gentile. Giovanni Pascoli rivoluzionario tra manifesti sovversivi e carte della prefettura. Il volume sarà presentato il 6 giugno alle 20.45 a Casa Pascoli per la rassegna “Il giardino della poesia libri”, congiuntamente a Pascoli maledetto di Francesca Sensini (Nuovo Melangolo).

Boschetti, lei ha definito gli anni presi in esame quelli di un giovane Pascoli «ribelle ma, al contempo, gentile».

«Certo stride la violenza di certi scritti fortemente sovversivi a firma di Pascoli, con la natura talvolta timida, con un animo sensibile e un carattere gentile. Certamente gentile e generoso nei confronti dei tanti amici che lo circonderanno per tutta la vita. È probabile che padre Geronte Cei e il fratello Giacomo, preoccupati per le sue frequentazioni riminesi (nell’estate del 1872 il poeta è a Rimini quando viene fondata l’Internazionale socialista) lo spingessero a cambiare scuola e andare a Firenze. Ma dal 1876 in poi la partecipazione di Pascoli all’Internazionale di Bologna si fece sempre più intensa, fino a raggiungere la massima attività negli anni 1878-1879».

Quale fu il ruolo svolto?

«Il suo ruolo fu cruciale per l’Internazionale e soprattutto per la propaganda dell’associazione, con articoli e manifesti anonimi (ma alcuni certamente scritti dal poeta che per un periodo fu anche segretario di corrispondenza), con inni e testi poetici come “Soffriamo!”, “La morte del ricco”, “Fantasmagoria” e, in particolare, con l’ultimo manifesto sovversivo, pubblicato per la prima volta nel libro, contro il re (“Ad Umberto re d’Italia nel giorno della sua nascita”) in cui il testo manoscritto presenta una grafia che non è attribuibile al poeta ma la firma finale “Tipografia dell’Internazionale” è di Pascoli, firma che avvalora e approva il contenuto violento dello scritto».

Pascoli emerge dunque in modo diverso dall’iconografia classica tramandata.

«Abbiamo scoperto, portando in luce nuovi documenti, che il vero Pascoli non è quello tramandatoci dalla sorella Mariù, la quale ovviamente aveva il compito di consegnare ai posteri l’immagine che lei stessa aveva del fratello, ma spicca una personalità molto più vivace e complessa, anche audace in alcuni anni, un uomo che, ad esempio, per i nove anni vissuti così intensamente a Bologna, non avrà contatti con le sorelle. Non esiste un documento su questo, nemmeno epistolare. E quando i giovani delle scuole vengono a visitare i nostri musei, si avvicinano e si interessano alla figura di Pascoli proprio perché apprezzano queste novità biografiche e si riconoscono nella ribellione contro le regole e le imposizioni sociali. Grazie a questo magari più avanti andranno anche a leggere una sua poesia. Ecco perché per noi è importante, al di là dei motivi di studio e di ricostruzione di una biografia, svecchiare quell’immagine ancora oggi veicolata dalle antologie scolastiche e così difficile da scalfire».

Come approdò infine al «socialismo umanitario» della guerra di Libia?

«Negli ultimi anni, il discorso pronunciato da Pascoli “La grande proletaria si è mossa” va certamente contestualizzato. Pascoli parla di un socialismo umanitario, pensando alla funzione civilizzatrice che l’Italia poteva svolgere in Libia, essendo in quel momento il poeta vate italiano assieme al D’Annunzio. Chiaramente questo scritto stride con il socialismo umanitario di cui il poeta, per tutta la vita, si era fatto portavoce; a tal punto che anche l’amico riminese Domenico Francolini lo rimprovererà in una lettera per questo suo scritto che poteva apparire in contrasto coi principi e i valori di un tempo».

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