San Mauro, Cuscunà e il coraggio di essere donna

È una storia sorprendente; racconta di donne coraggiose, capaci di affrancarsi da prevaricazioni maschili, di migliorare la società femminile facendola crescere anche in cultura. Non è una storia di oggi ma di quattro secoli fa. È “La semplicità ingannata. Satira per attrice e pupazze sul lusso d’essere donne”. La racconta Marta Cuscunà, stasera alle 21 nel teatro sammaurese di Villa Torlonia. Il racconto è liberamente ispirato alle opere letterarie di suor Arcangela Tarabotti e alla vicenda delle Clarisse di Udine. “La semplicità ingannata” (designato come miglior spettacolo dell’anno al premio Last Seen nel 2012), fa parte della trilogia “Resistenze femminili” (comprende “È bello vivere liberi” (2009), “La semplicità ingannata” (2012), “Sorry Boys” di Marta Cuscunà (1982) da Monfalcone. Da oltre dieci anni è interprete di un teatro civile capace di raccontare fatti accaduti con teatralità, affascinando grazie all’uso scenico di elementi e personaggi ispirati al teatro di figura, pupazzi, marionette, burattini, realizzati in modo originale.
Marta, riporta in Romagna uno dei suoi maggiori successi, cosa racconta?
«Racconta di un tempo in cui le ragazze venivano costrette alla vita monacale e claustrale. È potente, e rappresenta un unicum rispetto a quel Seicento. Epoca in cui le Clarisse del Santa Chiara di Udine riescono a mettere in atto un progetto di microsocietà al femminile veramente incredibile. Lo spettacolo mi ha dato l’occasione per riportare alla luce i testi di suor Arcangela Tarabotti (1604-1652) una delle prime scrittrici italiane, costretta al monastero di clausura, pensatrice protofemminista che in tempi impensabili per le donne rivendica il diritto di cittadinanza delle cittadine venete».
In cosa ha trovato attinenza con la società femminile d’oggi?
«Ad esempio su come il corpo femminile viene valutato nella società patriarcale e quali sono i meccanismi che ancora ci ingabbiano in una dinamica di potere sbilanciata al maschile. Le doti matrimoniali erano in rapporto alla bellezza del corpo; una figlia bella significava risparmio per il padre. Fatto questo che ci rimanda alle nostre pubblicità di prodotti di bellezza e alle frasi che li accompagnano».
In cosa la battaglia di suor Arcangela e delle sue consorelle è ancora di esempio?
«Direi specialmente per l’aspetto solidale e culturale. Le Clarisse scoprono la solidarietà femminile come arma per resistere al patriarcato, smantellano pregiudizi di donne nemiche fra loro. Nel momento in cui trovano obiettivi comuni, la solidarietà reciproca le rende più forti. La piccola comunità di Arcangela si rende anche conto che le donne hanno bisogno di cultura per battersi, e si animano di una curiosità famelica, si formano un immaginario nuovo, e hanno il coraggio di inventare un piccolo mondo al femminile al riparo dalle ingerenze patriarcali. Non solo, si immaginano un ruolo diverso per sé stesse e per le altre donne. Cosa questa che mi sembra ancora assai utile oggi».
“La semplicità ingannata” ha ormai dieci anni (2012); come ha visto evolversi la platea femminile in questo decennio di rappresentazione?
«Dal 2012 ad oggi sono nati movimenti incredibili, penso al Me Too a Quellavoltache, a Yositecreo, la consapevolezza delle donne si è risvegliata in modo globale. La storia delle Clarisse diventa ancora più utile, perché ci rinforza in questo percorso collettivo che stiamo facendo. D’altra parte il patriarcato non è ancora smontato del tutto, credo perciò che abbiamo bisogno di storie che ci ricordino da quali semi sono nate le rivendicazioni femminili, quali strumenti sono stati messi in atto da donne vere in epoche molto diverse».
Euro 15-12. Info: 370 3685093

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