Barra puntata sull’Europa: «Nessun intralcio dalla Bulgaria». Durante i lavori della Commissione consiliare Esteri, svolti ieri, il segretario competente Luca Beccari ha segnalato che, secondo gli esiti del gruppo Efta (European Free Trade Association) si delinea la possibilità di sottoporre ad aprile l’Accordo di associazione tra San Marino e Unione europea allo sguardo del Coreper (Comitato rappresentanti permanenti) che ha il compito di preparare i lavori del Consiglio europeo.
In merito aggiunge che alcuni Stati membri stanno completando i passaggi prima del via libera definitivo ma non emergono cambi di posizione o opposizioni.
L’unico Paese che ha chiesto più tempo per una valutazione resta la Spagna, che per tradizione mantiene una posizione rigida sulla natura dell’accordo ma non intende ostacolarne la qualificazione come “misto”.
Il punto sui negoziati
Beccari sottolinea che la presidenza cipriota fa pressing per accelerare i tempi e che il dossier è discusso con cadenza settimanale. Quanto alla possibile opposizione della Bulgaria, dopo le verifiche del caso è emerso che non esiste contrarietà all’iter.
L’astensione registrata in precedenza da parte di alcuni eurodeputati sarebbe dipesa soprattutto dalla conoscenza incompleta dei fatti.
Frontiere e permessi
In parallelo, spiega, la commissione europea sta lavorando agli strumenti tecnici che serviranno dopo la firma mentre è in dirittura d’arrivo la chiusura dei negoziati su un accordo per la gestione delle frontiere e il riconoscimento dei permessi di soggiorno rilasciati dal Titano con validità su tutto il territorio dell’Ue.
Pressing per il via libera
Nicola Renzi (Rf) sposta l’attenzione sulle misure adottate dal Congresso dopo le indagini del “piano parallelo” obiettando che sarebbe stato utile condividere «almeno il quadro generale delle decisioni prese, perché la mancanza di informazioni rischia di alimentare preoccupazioni tra i cittadini». Rimarca poi la necessità di non considerare il Parlamento un soggetto da tenere all’oscuro, notando che la percezione diffusa è stata quella di un Congresso visto come «l’unico organo deputato a intervenire».