Maurizio Battistini, 68 anni, e Giorgio Cecchetti, ora 81enne, hanno rappresentato San Marino nello sci alpino ai Giochi olimpici invernali di Innsbruck 1976 che hanno segnato la prima partecipazione in assoluto del Titano a tali competizioni, con capo missione Marino Guardigli. Mezzo secolo dopo Battistini è già a Cortina «dove, all’apertura delle Olimpiadi, si respira un bel fermento con le strade invase dalle delegazioni di tutto il mondo».
Battistini, cosa ha significato Innsbruck per lei?
«È un ricordo ancora molto vivo. Rappresentare il mio Paese è stato un onore ma sono sbarcato in Austria con l’incoscienza dei miei 18 anni. Quando uscivo dalle barriere venivo assalito dai bambini che mi chiedevano l’autografo. Avevo cominciato a sciare appena 6 anni prima sull’Appennino romagnolo».
Quali sono le differenze rispetto agli sportivi di oggi?
«I nostri sci erano lunghissimi e mancavano di aderenza con la neve. Non erano neppure sciancrati ossia risultavano sprovvisti di quella piega della lamina che aiuta a impostare la curva poggiando sul ginocchio. Inoltre non si poteva entrare diretti sui pali perché erano rigidi. Negli anni ‘70 infine i contratti di sponsorizzazione con ritorno economico erano proibiti, pena la squalifica».
Una curiosità?
«Per aiutare i propri atleti, insuperabili sul ghiaccio, l’Austria creó piste così dure e gelate che il nostro allenatore faticava persino a stare in piedi sugli sci, a bordo pista. Allora noi sammarinesi inventammo una parola, la “frenolina” che finì su tutti i giornali. Dicemmo che ci serviva quella per andare avanti in barba al ghiaccio mentre gli altri invocavano la “sciolina”».
In quali specialità si è cimentato?
«Nel Gigante e nello Slalom, sfide che tuttavia non ho concluso. Nello Slalom me la sono giocata sino a metà percorso, mentre nevicava, con i team dell’America centrale che tuttavia dimostrarono una preparazione fisica migliore. Siamo stati apripista per le successive generazioni di sciatori sammarinesi che hanno goduto di un’organizzazione metodica riportando prestazioni più valide e rafforzando sia la preparazione tecnica che fisica».
All’epoca com’era organizzato un villaggio olimpico?
«Ormai ogni campione resta trincerato nella sua stanza, nel 1976 invece condividevamo molto spazi a partire dalla zona relax con libri o film a disposizione. Ritrovarsi in ascensore con campioni rodati come Franz Klammer o Piero Gros era naturale anche per i novellini. Quanto alla cucina, vantava sapori internazionali».
Che ruolo ricopre lo sport nella sua vita?
«Nonostante la possibilità di continuare lo sci agonistico a buoni livelli, ho preferito puntare sullo studio conseguendo la laurea in Veterinaria. Conciliare due carriere così impegnative era impossibile ma negli ultimi tempi sto rallentando per dedicarmi allo sci “fuori dai pali”, quasi 30 giorni all’anno, sempre nella cornice di Cortina dove vivono degli amici».
Altra passione?
«Coltivo un interesse agli antipodi, la vela, che mi ha condotto a fondare la federazione velica di San Marino dove ho rivestito per anni il ruolo di presidente. Era il 1981. Una pagina intensa a cui è seguita la nascita dello Yachting Club San Marino nel 1989. Insomma...Un’esistenza “mare e monti”, la mia».
Passiamo a lei, Cecchetti, che ricordo serba delle Olimpiadi del 1976?
«Sono state giornate importanti ma eravamo dilettanti allo sbaraglio catapultati su un altro pianeta. L’Austria era il tempio dei veri campioni. Per me lo sci è stata una parentesi dopodiché ho continuato solo come dilettante impegnandomi in diversi ambiti tra i quali il settore della manutenzione all’ospedale di Stato. Ora ad 81 anni mi godo il meritato riposo».
Quale il risultato strappato nel Gigante?
«Sono arrivato al traguardo a denti stretti, piazzandomi penultimo in classifica ma senza arrendermi».