Saman e le altre contro i loro padri. “Trama ne parlò per prima”

Il tema dei matrimoni forzati è diventato d’attualità oggi anche in Italia dopo il caso drammatico di Saman Abbas, la 18enne di origine pakistane residente con la famiglia a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, scomparsa nel nulla. La ragazza si era ribellata a un matrimonio forzato. Ad affrontare per prime questo fenomeno in Italia, e in particolare in Emilia Romagna, erano state le attiviste dell’associazione imolese Trama di terre, già dieci anni fa. Oggi vengono interpellate da tutti i media nazionali. La fondatrice ed ex presidente di Trama di terre Tiziana Dal Pra, oggi continua a formare operatrici su questo tipo di violenza di genere specifico, anche se per tanto tempo, e ancora oggi, si è faticato a considerarlo tale.

Dieci anni fa, Trama di terre riuscì a farsi finanziare un progetto con cui non solo faceva ricerca si questo tema, ma denunciava anche un fenomeno, e cominciaste lavorando proprio sulle zone del Reggiano in Emilia Romagna.

«Era il 2009 la ricerca fu sostenuta da Action Aid e finanziata da Fondazione Vodafone. Partimmo analizzando una serie di situazioni che riguardavano i matrimoni precoci in Marocco. Poi emerse che il fenomeno era ben presente nel reggiano, fra Guastalla e Novellara e infatti le prime ragazze che accogliemmo dal 2011 al 2014 venivano proprio da lì».

Comunità dove è forte la presenza pakistana, impegnata nella cura delle aziende agricole emiliane. Ma è corretto parlare di “culture arretrate”?

«Pesa un mix di tradizioni e un imbroglio religioso di fondo. In più, come dico da tempo, è l’immigrazione stessa a creare chiusura in certe situazioni, magari nei paesi da cui queste famiglie provengono le cose vanno avanti, ma nel momento in cui arrivano in un paese diverso, e restano in situazioni chiuse e marginali, certe dinamiche si acuiscono. È vero che in alcuni paesi la vita delle donne vale 5 centesimi, ma quello che ci si deve chiedere è come prevenire senza criminalizzare una comunità, perché è anche vero che se ci sono tante famiglie in quella comunità e non certo tutte agiscono in questo modo».

Cosa fare per prevenire quindi?

«Intanto raccogliere i dati. Se io ho un numero consistente di persone legate a un paese dove le donne vivono peggio e dove vige un codice d’onore altissimo e i matrimoni forzati ci sono, io devo mettermi in relazione e capire cosa posso fare per prevenire queste cose. Se ho numeri alti di persone che arrivano da quei paesi di sicuro non posso condannare qualcuno prima che compia azioni, ma se so che dovrò fare politiche mirate a quel problema lì».

Partendo dal fatto che non è solo una questione di integrazione e tantomeno “culturale”.

«Di solito manca un tassello fondamentale: considerarlo dal punto di vista della violenza di genere. Si usano parole come intercultura, multiculturalismo, ma “genere” non è mai nominato. Si evita di affrontare alcuni termini per non entrare nello spazio privato. Ma lo spazio privato dove le donne sono messe così male, deve diventare uno spazio pubblico».

Dal 2019 il codice rosso identifica il matrimonio forzato come reato.

«Può essere un aiuto perché nel momento in cui le forze dell’ordine, i servizi sociali o la scuola quando incorrono in questa problematica sono obbligati a intervenire, altrimenti sono loro a violare la legge. Prima venivano considerati affari di famiglia o magari ci si fermava a considerare la ragazza, magari adolescente, un po’ bizzarra o desiderosa di vivere “all’occidentale”, ma non si tratta semplicemente di questo e soprattutto oggi chi può intervenire deve riconoscere questo come un problema».

Queste ragazze chi sono e cosa subiscono?

«Sono ragazze dai 16 a 25/26 anni di età, magari arrivate qua in ricongiungimento o nate qua, mentre le rifugiate sono più grandi e il matrimonio già subito. Se sono minorenni però non possono andare nei centri antiviolenza, perciò vengono portate nelle case di accoglienza miste dove il personale posso dire che ha in genere ancora poca preparazione su queste problematiche. Queste ragazze disubbidiscono a un sistema patriarcale. Solo in un anno di quel progetto noi ospitammo dieci ragazze, lo schema era analogo, ma ho trovato anche padri più aperti. Però se iniziava un dialogo arrivava uno zio della ragazza a ristabilire la situazione. La difesa dell’onore che certe famiglie hanno in testa vale più del resto. Con questo fanno i conti queste ragazze che hanno bisogno di essere accompagnate nell’assunzione di consapevolezza e anche responsabilità e accompagnarla nel distacco da quella famiglia, non mediare».

Azioni concrete che suggerisce da subito?

«Deve nascere un osservatorio nazionale che tenga conto di questa problema che esiste e di cui oggi i centri antiviolenza si occupano quotidianamente. Un osservatorio regionale è partito con nostra ricerca nel 2009, andiamo avanti. Altri paesi come ad esempio l’Inghilterra hanno una legge contro matrimoni forzati. Sarebbe un grande vantaggio per queste ragazze avere cittadinanza italiana per far intervenire la diplomazia quando vengono riportate nei paesi di origine. È una violenza complessa e particolare, c’è bisogno di un’accoglienza specifica . Servirebbero interventi nelle scuole per rafforzare anche le ragazze che sono sole in queste situazioni e devono avere forza per uscirne, ma dovrebbero avere anche una prospettiva, non aver paura di doversi spaccare poi la testa contro un altro muro».

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