Salvaguardia del litorale: partire dalla salute dei fiumi

Un combinato disposto di azioni innalza il livello del mare e mangia le spiagge. Ma il mare non è niente senza la terra. Ce lo dice a chiare lettere la scienza, in particolare un progetto nato a Ravenna, nell’ambito della convenzione siglata tra Eni e Fondazione Flaminia nel quadro degli accordi di collaborazione che la società del “cane a sei zampe”, da oramai un trentennio, stringe con le amministrazioni pubbliche, sia a livello comunale che regionale in Emilia-Romagna. Una collaborazione che ha visto l’Eni portare nel territorio sia capitali che conoscenze e competenze tecnico-scientifiche delle quali certo pochi altri in Italia detengono, vista la lunga storia di studi a carattere ambientale effettuati da Eni nel corso degli anni. E così, nel 2015, nasce il progetto “Sandway” che ha coinvolto ricercatori della sede di Ravenna dell’università di Bologna e dei loro colleghi dell’università di Ferrara, per valutare la stima del trasporto solido a mare dei fiumi del Ravennate: Lamone, Fiumi Uniti (Ronco e Montone) e Savio. La sabbia, infatti, è un elemento che vive e che va tutelato e rispettato, così come vanno tutelati i fiumi, i “grandi vecchi” che in silenzio ripopolano la spiaggia, anche se troppo spesso non se ne comprende la loro piena importanza. Fanno un lavoro costante che però rischia di essere messo in pericolo dalle attività antropiche.

Le città crescono e l’impatto dell’uomo sulla natura è tale che i corsi d’acqua riducono la loro portata d’acqua. Così il litorale ne risente, prima ancora che il mare.

«I fiumi, con tutte le interruzioni che sono state create come le dighe, le briglie, le traverse che interrompono il flusso dei sedimenti che vanno a mare, hanno ridotto la capacità di inviare i sedimenti – spiega Giovanni Gabbianelli, già docente di Geoscienze alla facoltà di Scienze ambientali di Bologna, ora coordinatore scientifico della Fondazione Flaminia – La situazione è peggiore nei Fiumi Uniti. Lo è meno per il Savio e per il Lamone».

Ad oggi la portata di sedimenti del reticolo fluviale ravennate si è ridotta, secondo Gabbianelli, «almeno del 50%». E non è una questione scoppiata da un momento all’altro: è una condizione che va avanti da almeno 50 anni. Gli studi Idroser 1983 facevano emergere, infatti, come già a partire dagli anni Settanta ci fosse una marcata riduzione del trasporto dei sedimenti di almeno 3 o 4 volte rispetto alle condizioni che si potevano vedere prima degli anni Cinquanta, anni in cui i bacini fluviali romagnoli non avevano ancora subìto pesanti antropizzazioni. Ecco perché proprio nel 1983 la Regione Emilia-Romagna emanò una legge che bloccava l’estrazione dei sedimenti dagli alvei fluviali: blocco che toccò, nel 1990, anche le escavazioni nel bacino del Po.

Ma come si può fare per aiutare i fiumi a ritornare a riportare i sedimenti?

La Regione ha avviato iniziative articolate per il mantenimento della spiaggia e il blocco dell’erosione, con sistemi di recupero di sabbia. Per ridurre le perdite dei sedimenti dal litorale sono tre le azioni principali da condurre: la loro gestione in spiaggia (per esempio, con corrette operazioni di pulizia e di argini di difesa durante l’inverno), la riduzione delle attività antropiche che acuiscono il fenomeno della subsidenza (come con la riduzione dei prelievi delle acque di falda) e le opere per la riduzione delle perdite di sedimento, con interventi che vanno a mitigare gli effetti del moto ondoso. Diverse le modalità per fare ripascimento: depositi litoranei (emersi e sommersi) sono forzieri dai quali, con giudizio, è possibile attingere. E poi ci sono gli scavi nell’entroterra costiero e le azioni di trasporto solido lungo i fiumi. In sostanza: se vogliamo tornare in spiaggia anche per una tintarella, dobbiamo sapere che comunque, durante tutto l’arco dell’anno, bisogna prendersi cura del fiume, dei suoi habitat, dei suoi sedimenti.

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