Salari fermi in Romagna. I sindacati: “Tempo di intervenire”

Inflazione galoppante: +6,8% a maggio (era al 6% ad aprile); carburanti alle stelle: 2 euro al litro; stipendi più bassi d’Europa: -2,9% rispetto a 30 anni fa contro il +33% della Germania, il +31% della Francia, il +25% del Belgio e dell’Austria, il +14% del Portogallo, il +6% della Spagna, per non parlare del +63% della Svezia, del +39% della Danimarca e del +32% della Finlandia.

Tre voci a tinte nere, che formano un vero e proprio triangolo maledetto per l’Italia (come quello delle Bermude, dove si sparisce nel nulla) nel quale rischia di scomparire l’intero Paese. Risucchiato in quel vortice senza ritorno creato dal mix Covid più Guerra e amplificato da un sistema economico e sociale non più sostenibile, con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Inevitabile allora iniziare a guardare al passato e cominciare a parlare di “scala mobile”. Come fanno all’estero. Non in Italia, ovviamente, ma in Europa. A partire dal commissario al Lavoro Nicholas Schmit, che consiglia l’adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi. Fino ad arrivare a Gita Gopinath, capo economista del Fondo monetario internazionale, che invita ad aumentare gli stipendi per non creare alcuna perdita del potere d’acquisto. Posizioni straniere, modi di pensare internazionali. Che non coincidono, però, con quelli italiani. Contrari gli industriali (leggi altro articolo in pagina), scettici i sindacati. Eloquente il commento del segretario generale della Cisl Romagna, Francesco Marinelli: «Quello della “scala mobile” è un meccanismo che risale a 30 anni fa e, dunque, superato. Più attuale, oltre che indispensabile, sono, invece, i rinnovi dei contratti nazionali, alcuni scaduti addirittura da dieci anni. Da allineare al costo della vita, e quindi all’inflazione reale».

Fa notare Isabella Pavolucci, segretaria generale della Cgil Rimini: «Quello della “scala mobile” è un argomento di richiamo nazionale, e che, comunque, non figura nell’agenda della Cgil. Che ha, invece, per priorità l’emergenza salariale. Emergenza caratterizzata da due fattori: precarietà del lavoro, e il Riminese, da questo punto di vista, è un territorio fortemente contrassegnato da questo fenomeno, basti pensare che oltre il 50% dei rapporti è di natura part time; e mancato rinnovo dei contratti nazionali, bloccati ormai da anni, che andrebbero riparametrati al dato inflazionistico reale e non all’indice Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato), che misura il carovita senza tener conto dei costi dell’energia (bollette in primis): 2,5% dato Ipca, 6,8% valore reale (era al +1,3 nel maggio 2021, ndr). Aggiungo quindi – conclude la segretaria generale della Cgil – che il combinato disposto aumento dell’inflazione-aumento delle bollette, costa ai lavoratori e ai pensionati l’intera tredicesima: come se non l’avessero presa». Immediate quindi le proposte. Spiega la Pavolucci: «Quello che andrebbe fatto, e subito, sarebbe abbassare le tasse a lavoratori e pensionati, nell’ambito di una riforma fiscale basata sulla progressività, e aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie». Ma c’è un argomento all’ordine del giorno: il salario minimo. Che, secondo la direttiva varata dalla Commissione europea, dovrebbe essere agganciato all’inflazione (Automatic indexation), meccanismo che ricorda molto quella “scala mobile” rimasta in vigore fino al 1992, che aveva protetto i salari dei lavoratori agganciandoli automaticamente all’inflazione.

Sottolinea Marinelli (Cisl): «La direttiva dell’Unione Europea va nella direzione giusta, ma si rivolge a Paesi che hanno un tasso di copertura contrattuale inferiore all’80% e in quelle situazioni si chiede ai Governi di legiferare definendo soglie minime di retribuzione. L’Italia, invece, ha una situazione molto diversa perché la copertura contrattuale è oltre il 90% e la direttiva indica che in queste situazioni bisogna rafforzare ed estendere la contrattazione. E c’è poi un rischio: un salario minimo imposto per legge potrebbe far perdere ai lavoratori alcune tutele negoziali che sono state introdotte nei contratti grazie alla contrattazione. Non dimentichiamo che la retribuzione complessiva del lavoratore non è fatta solo di compenso orario minimo, ma si aggiungono altri istituti contrattuali: tredicesima, quattordicesima in alcuni casi, trattamento di fine rapporto, maggiorazioni, previdenza complementare o sanità integrativa».

Chiosa, allora, Giuseppina Morolli, segretaria generale Uil Rimini: «C’è un fenomeno molto diffuso, soprattutto qui in Riviera, che è quello del lavoro precario. Sarebbe opportuno, quindi, introdurre anche qui in Italia il metodo spagnolo dei contratti a tempo determinato più onerosi per le aziende, rispetto a quelli a tempo indeterminato. Con la contemporanea riduzione del cuneo fiscale e il rinnovo dei contratti nazionali, siglati dalle organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative».

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