A Russi “La versione di Chet Baker” con Paolo Fresu e Alessandro Averone

RUSSI. “Tempo di Chet. La versione di Chet Baker”, in scena mercoledì 12 febbraio alle 20.45 al teatro Comunale di Russi, nasce dalla fusione e dalla sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale, creando un flusso di parole, immagini e musica per rievocare lo stile lirico e intimista di quello che è considerato uno dei più grandi, e non poco maledetti, jazzisti al mondo, qual è Chet Baker. Oltre a Paolo Fresu alla tromba e al flicorno, a Dino Rubino al pianoforte, a Marco Bardoscia al contrabbasso, a Bruno Di Chiara, Rufin Doh, Debora Mancini, Daniele Marmi, Mauro Parrinello, Graziano Piazza, Laura Pozone, troviamo nel ruolo del jazzista, Alessandro Averone, volto intenso e noto del piccolo schermo e del palcoscenico italiano. Lo abbiamo intervistato.
Averone, non è la prima volta che porta in giro questo spettacolo, perché ha detto sì anche a questa stagione teatrale?
«È un’esperienza davvero unica perché unisce musica e parole e questo è un esperimento abbastanza inusuale. È un privilegio lavorare con Paolo Fresu, oltre che per le sue grandi doti artistiche, anche per la sua grande umanità. Mi sento onorato far parte di un progetto che rende omaggio a un artista infinito come Chet Baker».
Porta sul palcoscenico la vita di un importante musicista, cosa significa per lei impersonarlo?
«Vuol dire cercare di entrare nel suo mondo, nella sua sensibilità e nella sua arte. Con la massima umiltà possibile, un attore cerca di avvicinarsi a lui tentando di regalare al grande pubblico un poco delle sue tinte artistiche».
Ornette Coleman ha affermato che il jazz sia l’unica musica in cui la stessa nota può essere suonata notte dopo notte, ma ogni volta in modo diverso. È davvero così? Come definirebbe il jazz?
«È così. È un atto di grande libertà. Sul finale dello spettacolo c’è una frase che credo possa far capire al meglio questa musica, ovvero: “Improvvisare è confondersi con il mondo”. Se ci pensiamo è così: è un mischiarsi alle sfumature che la vita ci regala e farsi avvolgere da ciò che ci circonda».
La vita di Baker è stata costellata di luci ed ombre, per quali motivi è considerato un mito?
«La sua è una musica strepitosa, graffiante anche sotto alcuni aspetti e carica a livello emozionale. Ha vissuto un’esistenza tuttavia piuttosto problematica e caotica, contrassegnata dalla droga, che è andata a contrapporsi a una musica perfetta e ad un aspetto che assolutamente non dispiaceva».
Recita accompagnato da alcuni tra i musicisti più noti, quale valore viene data alla musica in questo spettacolo?
«Enorme, com’è giusto che sia. Quello che Baker ha restituito di favoloso è la sua produzione musicale, quindi le musiche che esegue».
Cosa rimane oggi di Baker?
«Immergerci nella vita che ci viene incontro, non lasciarcela sfuggire, con tutte le sue luci e le sue ombre. L’arte stessa parte dalla vita, non dimentichiamocelo».

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