Russi, chiude domenica “Alla natura”. Parla la co-curatrice Carini

Un rituale salvifico, ultimo e disperato, forse ormai vano. La consapevolezza che per difendere la natura dall’incessante azione distruttiva dell’uomo, nulla ormai sia più efficace se non l’arte. E non una qualsiasi forma estetica, ma un’azione specifica che affondi le proprie radici nella natura stessa. Come resti di una cerimonia propiziatoria, le opere di dieci artisti hanno rianimato le stanze recentemente ristrutturate di Palazzo San Giacomo, a Russi. La mostra “Alla Natura”, a cura di Alessandra Carini e Benedetta Pezzi, si chiuderà domani, primo esperimento di una futura stagione delle esposizioni nel palazzo secentesco immerso nella campagna, e per anni divenuto una sorta di roccaforte abbandonata tra le sponde del fiume Lamone e gli scorci della centrale nata al posto dell’ex zuccherificio.

In questa cornice mistica, il genius loci non poteva che essere Joseph Beuys. Un «artista sciamano» – così lo definisce Carini – primo in Europa ad occuparsi negli anni ‘70 di temi rurali, legati alla campagna e alla natura, con azioni specifiche, potenti, tali da modificare la percezione stessa del territorio. Partendo dalla filosofia e da alcuni lavori del performer tedesco scomparso nel 1986, sapientemente intercettati tramite un collezionista privato, sono stati chiamati a raccolta altri nove artisti contemporanei che con azioni site specific hanno occupato i due piani dell’edificio storico. A partire da Andreco, definito fra i critici erede intellettuale di Beuys, la cui performance filmata sull’isola tiberina, parte del suo Climate Art Project, apre la visita con il suono dell’acqua, quasi un memento della crisi idrica che fra siccità ed alluvioni, tutt’ora imperversa lungo la penisola. Ci sono poi le composizioni di Chiara Lecca, eleganti bouquet all’apparenza floreali, che si trasformano a un più attento sguardo in orecchie, zampe, code amputate e ornate da piercing. Accanto, campeggia la tenda di Daniele Cabri, fra candele, erbe e suoni, la più tribale fra le installazioni. Al piano superiore regna invece l’ombra. Il buio delle stanze tuttora decorate tra affreschi sopravvissuti al tempo e graffiti parietali di passati visitatori inattesi (compresi quelli di Matti Moreniche negli anni ‘50 fece di palazzo San Giacomo il suo atelier), diventa l’habitat delle radici di Oscar Dominguez, che avvolgono il soffitto facendo gocciolare in un impluvium a terra gli ultimi residui di linfa. Il rituale prosegue, e porta all’elmo di Gola Hundun, fatto di corna di cervo, circondato da lunghe tele ingiallite che ne riproducono la sagoma come una sindone.

Sono artisti che hanno fatto della natura una fonte di ricerca e ispirazione, o che, come Dem, hanno già in precedenza lavorato nel territorio (vedi l’arena delle balle di paglia); le sue conchiglie, minuziosamente disposte, sorreggono una maschera dorata, come simulacro di una divinità marina che le attrae a sé. Più avanti si entra nella sala in cui Gonzalo Brondo tratteggia sul pavimento una stella di pietre; da lì, si ergono le sagome trasparenti di esseri ignudi, impegnati in una sorta di danza che quasi sembra invitare il visitatore.

Ed è qui che il leitmotiv dell’esposizione è ancora più esplicito: «Abbiamo pensato la mostra come se lo spettatore vedesse ciò che rimane di un rito propiziatorio di richiamo agli spiriti della natura affinché intervengano per proteggerla dall’uomo che la sta distruggendo – continua la curatrice -. Ecco perché il titolo, un’ode alla Natura, e sottotitolo più esplicativo, “ultimo”, perché viviamo in una situazione disperata».

Negli ultimi giorni, i visitatori stessi hanno potuto interagire a loro volta in questa operazione tribale, partecipando alla piantumazione di una quercia nel parco del palazzo. Un ulteriore tributo alle settemila querce di Beuys, piantate tra gli anni ‘70 e ‘80 utilizzando il ricavato dell’ “adozione” delle pietre di basalto di una sua scultura. Una performance degna di un vero sciamano, che 40 anni fa aveva previsto il futuro.

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