È la prima donna presidente del Consorzio vini di Romagna in 58 anni di storia dell’ente. Donna alla guida, e prima già presidente del Gruppo Cevico dal 2005 al 2017, in un mondo, quello del vino, in generale ancora molto maschile. La faentina Ruenza Santandrea, però, preferirebbe passare oltre questo dato: «A rimarcarlo sembra che noi donne siamo sempre ferme lì…» dice. Però è un elemento quanto meno storico e va ricordato. «Possiamo dire che proverò a portare una sensibilità diversa in un mondo che sì, in effetti è molto maschile, o meglio diciamo che nel settore esiste una sorta di protervia tutta maschile nell’essere convinti di essere perfettamente in grado di decidere sempre da soli quale tipo di prodotto, etichetta e messaggio portare avanti», aggiunge Santandrea. Certo è che «non esistono proprio vini da donne o da uomini, non c’è un vino uguale per tutti i palati, perché tutti siamo diversi l’uno dall’altro».

Foto Mauro Monti


Passando subito ai fatti, che situazione ha trovato in Consorzio dopo una presidenza, quella di Giordano Zinzani, che si è protratta per quattro mandati, e su quali linee di azione si concentrerà?
«Ho trovato una situazione qualitativa ottima dei vini della Romagna. Quello che non è all’altezza di questa qualità per il momento è il racconto del vino romagnolo e lavoreremo proprio su questo, per allineare alla qualità anche la fama e la riconoscibilità del nostro vino».
Una questione che potremmo definire “antica”. Il fatto è che nel tempo si sono spezzettati i racconti, e molte sono state le azioni di marketing, spesso anche costose, che però si sono fermate in superficie. Quale sarà la nuova modalità di raccontare la Romagna del vino che lei propone? Manca una voce autorevole? Ha in mente un testimonial?
«No, non ci serve un testimonial. Il problema è proprio lo spezzettamento del racconto, è mancato fin qui una narrazione unitaria, così come manca una storia unica della Romagna. Una regione enologica deve essere identificata con un vitigno, e la Romagna è unificata dal Sangiovese. Un Sangiovese del nord Italia, il nostro, che ha una sua spiccata riconoscibilità ed eleganza. Questo ci deve far conoscere come Romagna. Poi abbiamo l’Albana, secco e passito. Su questi due vitigni dobbiamo concentrarci, hanno valore e si esprimono in maniera interessante. Ma non dimentichiamo che c’è anche un terzo vitigno che è stato a lungo molto bistrattato ma fa parte della storia della Romagna: il trebbiano. Quello di pianura ha una sua storia nella spumantizzazione, che rappresenta essa stessa una vocazione storica della Romagna. Sono questi i nostri tre punti fermi».
Ma un messaggio univoco come sarà possibile? Parlando di Sangiovese basta pensare alle 12 sottozone, che ora aumentano, e alle loro peculiarità. Come si coniuga la necessità di un racconto unitario e la valorizzazione di peculiarità che pure sono importanti?
«Si coniuga benissimo. È normale che ci siano espressioni diverse dei territori, che però non vanno fuori dal range più generale del nostro Sangiovese, è un arricchimento di diversità. Partiamo dal racconto del Sangiovese che ci unifica. Raccontiamo la storia globale della Romagna come non è mai stato fatto. Se guardiamo i terreni dal punto di vista geologico c’è una similarità, e anche sotto l’aspetto storico ci sono linee di continuità. I romagnoli sono bravissimi nell’associarsi per avere ritorni importanti, ma sono orgogliosamente capaci di essere anarchici, anche questo fa parte della nostra identità. Io ho tutta l’ intenzione di raccontare la storia del vino della Romagna come una storia di persone che hanno fatto questa terra come è adesso, una storia di popolo, nella sua accezione più alta, di tradizioni vere, non folclore, in grado di spiegare le differenze, e anche i nostri diversi cibi. Sono convinta che questo racconto piacerebbe molto, anche fuori dai confini italiani».
Insisto: a chi la farebbe raccontare? La voce è importante.
«Penso che anche qui vada fatto un lavoro corale. Nei prossimi tre/quattro mesi avvieremo un lavoro di progettazione su diversi temi: territorio, vini, storia, tradizioni, cibo, turismo, dove cercheremo di mettere insieme il “portato” complessivo della Romagna, tutto ciò per arrivare in autunno a una due giorni da cui vogliamo che scaturisca questo nuovo racconto, anzi tutti i diversi racconti che dovranno essere riuniti all’interno di una grande, unica, cornice».
Questo lavoro collettivo presuppone anche il “recupero” di tanti piccoli produttori che si sono sfilati nel tempo dal Consorzio stesso? Questo sarà possibile?
«Quando dico che vorremmo fare questo progetto mi riferisco ai nostri soci ma non solo a loro. Si sta insieme laddove si intravvede l’importanza di esserci; questa idea molto semplice, avrà bisogno di tanto lavoro e del contributo di quanti più soggetti possibile. Non so quanti decideranno di rientrare o meno, sono per la massima libertà delle persone. Ma la Romagna per diventare importante o ci vede tutti assieme o non ce n’è per nessuno. Il tutto mantenendo il rispetto di tutti i territori e di tutte le individualità dei singoli produttori, che è la bellezza del vino. Noi dobbiamo portare avanti orgogliosamente tutti assieme le nostre produzioni. Nessuno ce la fa da solo, è un dato di fatto. E io sono ottimista: credo che i romagnoli siano molto capaci di fare percorsi di questo genere, ci vorrà un po’ di tempo, ma la strada sono convinta che verrà perseguita. Da tutti quelli, tantissimi, con cui ho parlato finora ho raccolto buone impressioni e intenzioni».
A proposito di territori, una delle novità nei nuovi vertici del Consorzio è l’ingresso di un rappresentante del territorio riminese, significherà anche una maggiore attenzione per questa area?
«Rimini è Romagna, sarebbe strano che non ci fosse. Ricordo che quando Rimini aveva l’idea di fare consorzio a sé, io già allora, una dozzina di anni fa, dissi che non ero d’accordo. La vostra specificità sarà rispettata, dissi allora, ma è importante restare assieme. Ripeto: nessuno di noi va da nessuna parte da solo, ci dobbiamo vendere come regione o non siamo».
Uno dei progetti che negli ultimi anni ha allontanato qualche “piccolo”, ma di qualità, è stato quello della Doc spumante. Anche se tanti “piccoli”, poi, di fatto conferiscono le loro uve per questa produzione. Una frattura che si è ricomposta?
«La domanda gliela faccio io: chi danneggiava realmente questo progetto? Dopo anni che ci penso rispondo: nessuno, anzi. È un progetto avviato per dare peso specifico al trebbiano romagnolo e non danneggia assolutamente nessuno. Quando ho visto articoli contro mi sono ben guardata dal rispondere, io posso discutere di tutto, e lo faccio, ma penso che la polemica sul territorio faccia solo danno. Oggi non trovo più nessuno che dica che quel progetto è negativo. Sono sicura che anche tanti altri piccoli produttori produrranno trebbiano e ne beneficeranno».
Un caso che semplicemente ha confermato come le anime della Romagna enologica siano sempre due: la grande e forte cooperazione e tanti piccoli produttori. Il rapporto fra i due “blocchi” potrà evolvere?
«Credo che abbiano capito entrambi che l’uno sorregge l’altro. Non c’è una regione del vino in Italia che sia diventata importante senza la grande cooperazione. Per una ragione molto semplice: laddove non c’è la cooperazione la vigna va giù. Perché in Italia l’estensione media degli appezzamenti è meno di due ettari per produttore, con questa quantità non si fa vino ma solo uva. In una regione che vuole essere importante ecologicamente, quindi, la cooperazione è fondamentale. Allo stesso modo, nessuna regione è importante se non ci sono anche tante piccole cantine sparse. E queste sono due cose si tengono per mano e costituiscono un valore. Io ho una lunga storia di cooperazione, non solo nel mondo del vino e ne sono orgogliosa, dove sono andata ho fatto consorzi e messo insieme persone, perché piccolo può esser e bello, ma se non è supportato in qualche modo fa fatica. Questa deve essere una di quelle cose che ci rende più uniti che mai».
La Romagna secondo lei sarebbe pronta per questo ?
«Non sottovaluti la Romagna. E comunque in tantissime regioni, ribadisco, è già così. Per chi ha la voglia, l’orgoglio e la fatica di partire dalla vigna, produrre e vendere suo vino tanto di cappello, ma queste realtà e la cooperazione sono due cose che si possono tenere per mano. Io credo che la consapevolezza ci sia. In questo momento mi accontenterei che la stragrande maggioranza dei piccoli produttori si sentisse coinvolta in questo progetto di nuovo racconto della Romagna, io l’interesse l’ho raccolto e il tempo ci dirà se avremo avuto ragione o torto».
L’anno scorso è stato segnato da un netto calo produttivo, anche per le caratteristiche stesse dell’annata. In termini di quantità, la Romagna secondo lei avrebbe bisogno di produrre meno per valorizzare di più il proprio vino?
«Mi appassiona poco questo dibattito. La Romagna è piccola e produce già poco di suo. Il vino buono non te lo dà una resa per ettaro predisposta a priori. Le caratteristiche del vino già esprimono grande qualità ed evidentemente le rese di oggi sono adeguate. La resa non è la questione fondamentale, e la collina è scarsamente produttiva di per sé, mentre la pianura fondamentalmente è trebbiano, che si esprime bene in quella maniera lì, e va bene per spumantizzazione, ha un suo mercato importante, non ha problemi di rimanere invenduto nelle cantine e remunera i produttori. Quando ne sento parlare male sbarro gli occhi. C’è quindi un problema delle rese? Potrebbe esserci una quantità massima di produzione in pianura, questo lo sostengo già da un po’. Ma se la Romagna buttasse giù il vigneto della pianura e tenesse solo la collina, lei crede che crescerebbe il prezzo dei vini? Non si muoverebbe una foglia e anzi diventerebbe più povera. Inoltre il vino gira e se non ne avessimo di nostro ne arriverebbe da fuori, e non dico solo da fuori regione. È successo così anche nel Bordeaux dove così facendo hanno avuto un crollo delle vendite del loro vino».
Il primo progetto che partirà per dare il via a questo nuovo racconto?
«Una piccola campagna pubblicitaria che si chiamerà “Cartoline dalla Romagna” che partirà a breve. Vere e proprie cartoline delle nostre colline e dei nostri produttori, sia digitali che cartacee, che gireranno sui social per raccontarci. Siamo convinti che le nostre colline saranno molto frequentate quest’anno e il vino le racconta benissimo».

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