Artista sempre sensibile al fascino della contaminazione creativa, in un percorso libero di interrogarsi su pittura, installazione, fotografia, Rosetta Berardi pone particolare attenzione alla sperimentazione di materiali diversi e alla creazione di originali percorsi visuali. Il rapporto antico ma ancora nodale tra uomo e natura è al centro della mostra “Natural theatre”, a cura di Carlo Polgrossi, con cui l’affermata artista ravennate espone fino al 26 ottobre al Palazzo del Commercio di Lugo (via Acquacalda, 29) per la rassegna Ascomarte 2020. «Rosetta Berardi – scrive in catalogo Polgrossi – è artista di cultura internazionale, eclettica e sofisticata nella varietà dei suoi sguardi: siano le albe, la scrittura, i pini o le rose, sempre velati di malinconia, appaiono, come grida senza eco di antiche tragedie, le immagini odierne dei crimini che si commettono sull’ambiente naturale».

Berardi, l’ignobile incendio che ha distrutto la pineta di Dante è stato l’elemento che l’ha spinta a produrre «una sequenza di dipinti più incisivi e laceranti di qualsiasi parola: i pini potranno essere ripiantati, noi no». Può spiegarci?

«È una frase del curatore: ha voluto sottolineare che le mie opere portano a riflettere sull’uomo e sulla sua condizione. Ma io dico che quei pini che si ripiantano sono altri e non sono quelli che hanno preso fuoco. Nel dipingerli è come se avessi catalogato monumenti che non ci sono più. Ho costruito il mio archivio dell’anima. Di solito un avvenimento, una forte emozione è quasi sempre all’origine della mia produzione artistica. È quello che sento e non quello che vedo a guidare la mia mano».

In che modo quindi, lei ribadisce, «la natura ha bisogno degli artisti»?

«Ha bisogno dell’amore degli uomini, e in primis degli artisti. Perché l’artista non può essere indifferente, è sempre vigile, la sua tensione è costante. Penso che l’artista sappia cogliere ciò che di più bello o di più terribile la natura possa offrirci. Anche la “normalità” della natura è sempre in grado di stupire».

Sono opere, le sue, in cui la natura diventa «teatro, scena, spettacolo»…

«La natura è essa stessa teatro, scena, spettacolo dalle infinite varianti. Ho cercato di cogliere questa “messa in scena” rimanendo nella tragicità di una natura ferita, violata. Amo osservare la natura anche nelle piccolissime manifestazioni, nei particolari. Ho cercato anche di rappresentare l’idea della solitudine nella natura: il silenzio, la notte, l’elemento naturale isolato dalla presenza umana. La solitudine nello spogliarsi dei rami di un albero».

Lei scrive: «Lasciando da parte la fretta, bisogna riabituarsi a fare qualche gesto “a perdere”». Perché?

«La fretta ci fa perdere molte cose; l’attenzione alle piccole cose, al niente è ciò che porta all’invisibile per arrivare all’immaginario. La fretta impedisce di raggiungere il sublime. Fare arte richiede molta concentrazione e per avere concentrazione bisogna avere tempo. La fretta è nemica della concentrazione quella che porta alla carica suggestiva. Questo periodo che stiamo vivendo tutti, a livello planetario, ce lo sta insegnando. Forse!».

A proposito dell’opera “La voce della luna”, che venne esposta per la mostra felliniana a Castel Sismondo a Rimini, ha affermato che «la pittura non è riproduzione della realtà, è qualcosa di nascosto nel reale».

«Ho rappresento un paesaggio sognato, immaginato, messo in scena, pronto ad accogliere spettri, ombre e deliri. Tutto è solitudine e malinconia. Ecco perché la pittura, almeno per me, non è riproduzione della realtà ma qualcosa di nascosto nel reale che devi cogliere, scoprire. Ho provato a rivelare il mistero che svela la natura quando viene meno il giorno e la luce della luna la rende bianca, senza rumore e con un inquietante silenzio».

Ingresso libero

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