Rondi, il più sottovalutato tra gli autori felliniani

Cesare Zavattini nel suo “Diario cinematografico” aveva parlato di lui come di «un giovane un po’ misterioso (…); è umile e presuntuoso (…) ma io lo vedo tanto volentieri come uno di quelli che più hanno capito il proprio tempo». Tullio Kezich, principale biografo di Fellini, lo etichetta come lo «sceneggiatore da campo», la «spalla intellettuale del regista» che «bordeggia ai margini del set e ogni tanto passa al regista fogli di carta protocollo vergati con una calligrafia alta e nervosa». Tra i suoi meriti, ancora Kezich, quello di essere «in grado di razionalizzare le intuizioni di Fellini».

Ma chi era Brunello Rondi? Difficile ancora oggi tracciarne un ritratto esaustivo. Classe 1924, dopo Bernardino Zapponi (che era nato nel 1926 e arrivò successivamente), fu il più giovane tra gli sceneggiatori di Federico Fellini. Figura eclettica, impegnato anche nella teoria del cinema (suoi i testi su “Il neorealismo italiano” e “Cinema e realtà”) e filosofia (fu allievo di Enzo Paci), Brunello Rondi fu inoltre esperto musicologo.

Un intellettuale

Un intellettuale come Flaiano, certamente diverso soprattutto nel carattere. Il suo legame particolare con Fellini potrebbe avere avuto un ruolo nella rottura avvenuta dopo “Giulietta degli spiriti” tra il riminese e il pescarese. L’indicazione arriva dal solito Kezich che da un’edizione all’altra del suo lavoro biografico lascia per strada qualche riferimento alla presenza di Brunello Rondi nel cinema del maestro, ma in una delle ultime edizioni, nel sottolineare una certa permalosità di Flaiano, ha invece l’animo di aggiungere un aggettivo altamente qualificativo al nome dello sceneggiatore più giovane: «Non ama (Flaiano, ndr) l’intesa tra Federico e il sapientissimo Brunello Rondi» ci informa.

Sapientissimo

Dunque misterioso, ma sapientissimo. «Sicuramente, tra i collaboratori di Fellini, è quello che ha lavorato con lui nell’arco temporale più ampio: inizia in occasione de “La strada” (1954) e sarà ancora suo sceneggiatore, seppure non accreditato, per “Ginger e Fred” (1986)» spiega Alberto Pezzotta, studioso e docente di cinema che insieme a Stefania Parigi ha curato un’importante pubblicazione dedicata a Rondi, “Il lungo respiro di Brunello Rondi” (EdizioniSabinae, 2010).

Sceneggiatore non solo per Fellini (debutta con Luigi Chiarini per poi proseguire con Roberto Rossellini in “Francesco giullare di Dio” ed “Europa 51”), lui stesso regista, Rondi – scomparso nel 1989 a Roma – fu anche poeta e drammaturgo (il suo primo lavoro fu “L’assedio” di Orazio Costa). Di origini piemontesi, suo fratello Gian Luigi Rondi è stato nel corso del Novecento uno dei maggiori critici cinematografici italiani.

L’imponderabile

Brunello Rondi, tra le figure che lavorarono intensamente al fianco di Fellini, è ancora oggi quella meno citata, ricordata, quasi rimossa. Perché? «Siamo sul fronte dell’imponderabile – riflette Pezzotta –. Ma certamente a suo sfavore giocarono credo due fattori. Il fatto di essere stato fratello di Gian Luigi, democristiano sospettato di andreottismo e quindi figura poco amata da buona parte dell’intellettualità italiana. E poi certi suoi film erotici, negli anni Settanta, che non giovarono certo alla sua immagine».

Anche regista

Al cinema, nelle vesti di regista, Brunello Rondi esordisce nel 1962, quando è già sceneggiatore di Fellini, e lo fa cimentandosi con il romanzo di Pier Paolo Pasolini – che probabilmente conosceva sin dall’epoca in cui collaborarono insieme a “Le notti di Cabiria” –, “Una vita violenta”. Sarà autore di altri 12 film tra cui “Il demonio” (1963), “Più tardi Claire, più tardi (1965) che attirò l’attenzione di Dario Argento, “Ingrid sulla strada” (1973), fino a “La voce” (1982).

Quale contributo?

Ma venendo al dunque: quale contributo diede Brunello Rondi al cinema di Federico Fellini? Se è vero, come ebbe a dire Flaiano, che «un film non è un picnic, finito il quale ognuno si riporta a casa i suoi cestini vuoti e gli avanzi», il “gioco” delle attribuzioni di idee, scene, sequenze a questo o quello sceneggiatore, piuttosto che al regista, non giunge inevitabilmente mai al termine.

Sua la scena della Fontana

di Trevi?

Brunello Rondi, dopo avere collaborato ai film “La strada”, “Il bidone” e “Le notti di Cabiria”, fu tra gli sceneggiatori de “La dolce vita” insieme a Flaiano e Pinelli, anche se fu accreditato a pieno titolo a partire da “8½” e “Giulietta degli spiriti”. «Rondi ha un ruolo fondamentale nel laboratorio felliniano – scrive Pezzotta –. È il primo depositario dei soggetti de “La dolce vita” e di “8½” ed è un polo dialettico fondamentale nella loro elaborazione».

Sarà lui stesso a rivendicare il proprio contributo. In particolare, citato ne “L’avventurosa storia del cinema italiano” di Goffredo Fofi e Franca Faldini, «rivendica il proprio ruolo ad esempio nella sequenza della Fontana di Trevi» ricorda Pezzotta. Una sequenza sulla quale aveva lavorato in prima battuta Flaiano, che ne rivendicò infatti la paternità, attestata anche dalla prima stesura della sceneggiatura, conservata al Fondo Flaiano di Lugano, dalla quale però manca ad esempio la celebre battuta «Marcello… come here!».

Riunioni separate

Del resto il lavoro di sceneggiatura si svolgeva non solo con riunioni di gruppo, ma anche separatamente, e nel caso di Rondi fu lui stesso a raccontare che «Fellini lavora con me e – separatamente da me – con gli altri due sceneggiatori Pinelli e Flaiano». Come ebbe a dire Pasolini: «Fellini prende comunque dai suoi collaboratori quello che deve prendere: che lo capiscano o non lo capiscano. Tu parli, scrivi, ti entusiasmi: lui ci si diverte e, silenziosamente, pesca nel fondo».

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