Romeo Castellucci debutterà alla Triennale con “Bros”

L a vita di artista di Romeo Castellucci (1960), regista teatrale e storico cofondatore della Socìetas Raffaello Sanzio di Cesena, è costretta all’ingabbiamento in era Covid; ma la creatività del regista è viva più che mai, specialmente dopo la nomina di artista associato (grand invité) della Triennale di Milano per il quadriennio 2021-2024, durante il quale Castellucci programma e presenta i debutti dei suoi lavori.

Il suo “Il Terzo Reich”, dopo il Mittelfest di Cividale del Friuli (settembre 2020), in marzo è volato in alta Francia, ad Aulnoye-Aymeries; in maggio forse, o comunque entro il 2021, si allestirà anche al teatro Comandini di Cesena. A novembre a Milano debutta invece la nuova produzione “BROS” (che scrive così, tutto in maiuscolo). Il presidente della Triennale Stefano Boeri e l’astrofisica dell’Esa Ersilia Vaudo, curatrice di Expò 2022, hanno coinvolto Castellucci anche nella cura di uno spazio per l’Esposizione internazionale.

Romeo, cominciamo da “Il Terzo Reich”: che cosa affronta?

«L’idea ha a che fare con il potere del linguaggio. È un tema, questo, da sempre vivo nel lavoro mio e in quello della Socìetas. In questo corpo a corpo, il linguaggio è inteso come un dominio, non solo come strumento di comunicazione. Nel linguaggio sono inscritte categorie politiche, sociali, psicoanalitiche. Il mio “Terzo Reich”, dal titolo così problematico, allude al linguaggio come a una forza di occupazione, come a un esercito. Si esplica tramite un’azione performativa e una video installazione. La sorgente di ispirazione è il libro/diario di Victor Klemperer (1881-1960) dal titolo latino “Lti. Lingua Tertii Imperii”, cioè “La lingua del Terzo Reich”. L’autore riportava le modifiche quotidiane che i nazisti operavano sulla lingua attraverso piccoli dettagli, con l’idea che il potere penetrasse nella pelle del popolo».

Come esprime questo potere della parola?

«Lo spettatore assiste a una proiezione a raffica, velocissima, di tutti i sostantivi del vocabolario italiano, circa 12mila, mentre un suono aggressivo crea una specie di ipnosi. C’è anche un aspetto di terrore, cui allude il titolo, nel modo di vedere le cose, di esaurire tutto il linguaggio in un colpo. È una metafora della nostra condizione, mai come in questa epoca la comunicazione ha un vero potere».

Ci parli invece della nuova produzione “Bros”.

«Il titolo sta per “Brothers”, fratelli; è un lavoro sulla polizia pensato però in chiave antropologica. Come modo cioè di meditare sulla legge, sulla violenza, sul funzionamento della polizia come sorta di confraternita, come una specie di clan. Secondo una struttura del pensiero umano molto antico. Aggiungo un riferimento al cinema muto di Buster Keaton (1895-1966); i film dell’attore americano sono pieni di poliziotti perché garantiscono disordine. Il disordine di Keaton è l’elemento reagente al caos, un po’ come i tutori dell’ordine che si mettono al servizio del disordine».

“Bros” debutta l’11 novembre alla Triennale. Come rappresenta questi “fratelli”?

«Con un tipo di messa in scena che non avevo ancora sperimentato. È una complessa macchina dove, senza prove, una quarantina di attori sono chiamati a svolgere compiti, “ordini” impartiti con auricolare. Lo spettacolo è scritto dettagliatamente, ma gli interpreti sono all’oscuro di quanto verrà richiesto. Viene loro consegnata una divisa, firmano una sorta di protocollo in cui si impegnano a fare quanto si chiede. Ciascun “poliziotto” riceve comandi individuali per via auricolare ai quali deve obbedire in tempo reale; fa parte del loro mestiere obbedire e fare obbedire. I comandi sono una struttura complessa di gesti registrati con precisione per ognuno. Nell’interpretarli c’è il rischio che non li recepiscano con esattezza. Il margine di imprecisione che ne deriva è la cosa più interessante del progetto. È veramente un esperimento antropologico, mostra fino a dove una persona si spinge a obbedire, quali sono i suoi limiti. Ci saranno comandi tendenziosamente confusi per cogliere la reazione l’uno con l’altro».

A quattro mesi dal suo ingresso, come sta vivendo l’incarico alla Triennale che nel 2023 celebra il centenario?

«A mio agio, è molto stimolante. Potrò fare di tutto, spettacoli, performance, installazioni, ricerche su linguaggi specifici, ma anche incontri formativi con artisti, laboratori, pubblicazioni. La Triennale è un luogo di eccellenza perché esprime il carattere rinascimentale della cultura italiana, tanti linguaggi posti in un’unica architettura; è una sorta di palazzo della mente in cui puoi vedere il Museo del Design e ascoltare concerti, vedere teatro, arti visive, seguire incontri scientifici. L’architettura del luogo si presta alla commistione. La guida illuminata di Boeri e di Umberto Angelini la rende aperta all’Europa attraverso scambi fra curatori e artisti internazionali».

Ci sarà una collaborazione con il Comandini, sede di Socìetas?

«Sì, ci sarà. Pure su due scale completamente diverse; la Triennale è un po’ il Comandini milanese con grandi mezzi, c’è una continuità nello spirito di lavoro perché entrambi si fondano su di uno stesso principio ispiratore: quello di luogo di incontro e discussione con nuove generazioni di artisti e spettatori. È un modo di pensare il teatro come una materia vivente, non solo materia museale».

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