Romagna fulcro delle sementi

La Romagna, e in particolare il cesenate, è da sempre il fulcro nazionale della lavorazione delle sementi. Aziende come Cac, Anseme, Suba, Maraldi più numerose filiali di aziende olandesi hanno sede a Cesena da decenni. Nelle ultime settimane il possibile passaggio di proprietà di Suba-Verisem da mani americane a quelle cinesi di Syngenta ha creato scompiglio, specie quando è subentrata una visione politica ed è iniziata una partita a scacchi che vede da un lato l’Unione europea e dall’altro la Cina.

«Il settore sementiero italiano gode di buona salute – afferma Roberto Morelato, presidente della Sezione Orto di Assosementi – e l’Italia è il secondo paese europeo e uno dei primi al mondo per la produzione di sementi ortive. Nel 2020 le superfici investite nella penisola in questo comparto hanno superato i 33mila ettari». A livello di distribuzione territoriale, si confermano le consolidate gerarchie nazionali: la regione leader resta l’Emilia-Romagna con 10.700 ettari, seguita da Puglia con 8.600 e Marche con 5.500 ettari.

L’innalzarsi degli standard qualitativi richiesti dal mercato permette alle aziende sementiere romagnole, che sanno offrire la migliore qualità possibile, di distinguersi e di acquisire sempre maggiore spazio nel contesto globale. Rispetto al 2019, in Italia l’incremento delle superfici destinate alle ortive è stato dell’8%. Si tratta di un trend estremamente positivo se si tiene conto del momento difficile che stanno vivendo tutte le produzioni mondiali. A livello di singola coltura, le migliori performance si registrano per il ravanello in cui si osserva un incremento di oltre il 50% rispetto al 2019.

Alla luce di questi dati, si evince quanto il comparto sementiero italiano sia importante per l’economia nazionale e, di riflesso, quella romagnola. Quello che manca però sono investimenti continuativi sul fronte della ricerca, in quanto tantissime varietà sono state “inventate” all’estero e le aziende locali si limitano a moltiplicarle producendo e lavorando i semi. Negli ultimi 20 anni gli investimenti pubblici sul fronte ricerca sono andati diminuendo in maniera progressiva e solo l’intervento dei privati ha permesso di mantenere un minimo di italianità nei nuovi brevetti di orticole e piante da frutto.

Di certo l’Unione europea deve adeguarsi alle innovazioni della scienza, come il CRISPR-Cas 9. Si tratta di una tecnica genetica che non utilizza Dna “esterno” e che, allo stesso tempo, dà garanzie di efficacia e rispetto. Il Crispr-Cas9 consente di effettuare modifiche mirate al singolo nucleotide. La tecnica è stata perfezionata negli ultimi 4-5 anni. Ora è in via di implementazione. Il vantaggio è che non introduce Dna esterno. È precisissima in quanto l’efficienza è del 50% e sono disponibili protocolli che non richiedono la produzione di intermedi transgenici. Il mondo della ricerca e l’industria sostengono che, in quanto mutanti che non contengono tratti di Dna estraneo, le piante ottenute dovrebbero essere esentate dall’applicazione delle leggi sugli Ogm, come avviene per i mutanti indotti con i metodi “classici” come radioisotopi, mutageni chimici.

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