Contro l’idea, estremamente diffusa a fine Ottocento, di una Romagna e dei romagnoli violenti, sanguinari, rissosi, si schierò anche Olindo Guerrini con un suo sonetto. Solo uno stereotipo? Mica tanto. A leggere gli scritti di Gabriele Albonetti, Mattia Randi e Carlo Raggi raccolti in “Faenza. La cava degli assassini” pare proprio di no, se solo si tiene a mente che, come evidenzia Albonetti, «dal 1845 in poi nella sola Faenza vennero registrati 647 fatti di sangue» tanto che «nel 1869 solo la Sardegna superava la Romagna». E a maggior ragione si conferma questo primato di sangue nel lavoro dei tre scrittori che va a ritroso nel tempo, a cominciare dal primo secolo dopo Cristo.

Randi, la Romagna come terra violenta e sanguigna si può considerare uno stereotipo che ha accompagnato tutti i romagnoli da secoli fin dall’antica Roma?

«Per l’età antica e medievale purtroppo le fonti non ci aiutano: sono poche e rarefatte, legate soprattutto a vicende di donne e uomini di potere. La violenza, certo, era una cosa incredibilmente diffusa: il modo in cui, ad esempio, Avidio Nigrino viene ucciso a Faenza in età romana lo testimonia. Un delitto che rimase impunito, su cui non fu fatta chiarezza nei termini che noi oggi vorremmo. Chi era l’assassino? Chi il mandante? A queste domande cerchiamo di dare risposta nel testo. Poi possiamo dire che c’è un gran silenzio, ma non perché a Faenza e dintorni la gente non si uccidesse. Solo perché le fonti hanno altri scopi. Ma non possiamo escludere nulla!».

In che maniera figure come frate Alberigo dei Manfredi, eternato da Dante nella “Commedia”, hanno contribuito alla costruzione di questa fama negativa?

«Ci sono due faentini nell’Inferno dantesco. Uno è nel XXXII Canto, l’altro nel XXXIII. Dante non c’è andato leggero con Faenza e coi faentini. Questo pluriomicidio che è passato alla storia come “la frutta del mal orto” è tuttavia da inserire all’interno di un contesto, quello della lotta tra parti. Fazioni avverse che si contendevano il dominio della città. Ma non erano gruppi “statici” e nemmeno all’interno della stessa famiglia si rimaneva dalla stessa parte. La storia di Alberigo narra questo, di quella “violenza” diffusa in tutte le città e in tutto il medioevo».

Albonetti, nella Faenza dell’Ottocento quanto incideva la violenza insita nel rapporto mezzadrile?

«Non solo nell’Ottocento, ma per tutta l’età moderna, a partire dal Seicento, la Romagna è stata attraversata da una criminalità endemica fatta di briganti e contrabbandieri. Non solo io, ma diversi storici, che nel libro vengono citati, sostengono che la ribellione violenta e delinquenziale sia stata, per alcuni versi, la risposta antropologica alla gabbia immobile dei rapporti sociali ed economici fissati per lungo tempo dopo il Concilio di Trento e la dura restaurazione dei poteri politici ed economici nello Stato Pontificio. Una reazione alla violenza oppressiva dei durissimi patti di mezzadria che prende talvolta la strada della ribellione individuale o di piccoli gruppi non vedendo ancora uno sbocco nelle lotte sociali e politiche che arriveranno più tardi».

E in tutto l’Ottocento la Romagna diventa “meridione del nord” e terra di violenza.

«Anche le classi dirigenti conservatrici del nuovo Stato unitario vedevano nell’effervescenza della Romagna un grave pericolo, tendendo strumentalmente ad assimilare le battaglie di repubblicani e socialisti ad attività criminose. A questo stereotipo si ribellò anche Olindo Guerrini con il famoso sonetto che dà il titolo al nostro libro: tutti ce l’hanno con la Romagna al punto che sembra sia “la cava degli assassini”. Comunque certamente fino agli anni Settanta dell’Ottocento la violenza criminale e gli episodi di sangue non cessarono, basti pensare alla Setta degli Accoltellatori il cui processo si celebrò nel 1874».

Raggi, in che maniera nel Novecento i delitti hanno assunto il carattere di violenza privata, opera di serial killer, o femminicidi?

«Nell’ultimo secolo, dal 1913 a oggi, nel Faentino ha operato un solo assassino seriale nel senso di killer abituale, ed è Pietro Ranzi, il Brenta, di cui parliamo nel libro. Un personaggio che “risolveva” le questioni patrimoniali uccidendo. Se prendiamo il dopoguerra, in provincia di Ravenna, dal 1947 al 2020, vale a dire in 73 anni, si sono registrati 158 omicidi (vale a dire circa due all’anno), di cui appena 21 nel Faentino dove peraltro non si registra alcun fatto di sangue ricollegabile alla criminalità organizzata, a differenza invece di Ravenna e dintorni. Prevalentemente si tratta di omicidi ricollegabili a vicende familiari, dove la donna peraltro da sempre è fra le vittime più frequenti».

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