Questo disco, ristampato oggi in vinile, contiene la registrazione dal vivo del concept-albumThe Wall” dei Pink Floyd, eseguito a Berlino il 21 luglio 1990, per celebrare la caduta del Muro.

“The Wall” è un’opera rock che mostra una ferrea strutturazione logica e narrativa. La coesione alla quale si fa riferimento viene raggiunta grazie ad alcuni accorgimenti adottati da Roger Waters (aiutato qui, per quanto riguarda l’esecuzione, da alcuni ospiti speciali, tra cui Ute Lemper, Cyndy Lauper, Joni Mitchell, Van Morrison e Bryan Adams) per tutto l’arco dell’opera: costruzione di un apparato melodico per lo più omogeneo; concatenazione dei brani dal punto di vista armonico; accompagnamento con arpeggi ed ostinati; uso di rumori concreti; modifiche dell’organico strumentale e rimandi stilistici (hard rock, folk, operetta alla Gilbert & Sullivan e via discorrendo) motivati principalmente da necessità drammaturgiche.

Ne scaturisce un lavoro che trasuda sofferenza – tra solitudine, alienazione e follia – e dai cui testi trapela il rifiuto della guerra, della famiglia, del sistema scolastico, del music business [“Quando fummo grandi e andammo a scuola/ C’erano dei maestri che ferivano i bambini in ogni modo possibile/ Riversando il loro scherno su ogni cosa noi facessimo/ Mettendo in mostra ogni debolezza che i bambini nascondevano con cura” (The happiest days of our lives); “Qualcuno si ricorda di Vera Lynn?/ Ricordi quando disse che ci saremmo incontrati in una giornata di sole?/ Vera! Vera!/ Che ne è stato di te?/ C’è nessun altro qui che si sente come me?” (Vera); “Papà è volato attraverso l’oceano/ Lasciando solo un ricordo/ Un’istantanea nell’album di famiglia/ Papà cos’altro hai lasciato per me?/ Papà cosa hai lasciato per me?” (Another brick in the wall part. 1); “Lo spettacolo deve continuare?/ Ci deve essere un errore/ Non volevo che l’anima mi fosse portata via” (The show must go on)].

La voce di Waters, in grado di esprimersi in maniera differenziata, pare a tratti lanciare urla primordiali, da animale ferito. Un grido disperato, che alla fine potrebbe essere anche il nostro, contro il mondo così com’è.

<<“The Wall” parla di quanto costruire muri sia dannoso sia a livello personale che su larga scala. Parla dei muri che ci costruiscono davanti agli occhi per controllarci e distrarci. Guarda lì, guarda là, “quello è il nemico”. Noi non dobbiamo fare troppe domande, dobbiamo solo fidarci. Perché loro, dicono, ci proteggeranno e solo così saremo salvi e andrà tutto bene. Ho pensato “The Wall” come una metafora per tutte le barriere, erette dai governi e dalle corporation nella nostra società, che dividono le persone e ci spingono a consumare. Senza fare troppe domande “strane”>> (Roger Waters).

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