Roda: un Festivalbar agile, intimo e variabile

Da tre decenni sulle scene ravennati e romagnole, il chitarrista, cantante e cantautore Roberto Rodondi, in arte Roda, lancia il suo nuovo progetto Roda + 3, formazione con cui l’ex Titta E Le Fecce Tricolori ha pubblicato una raccolta di sei brani dal titolo “Festivalbar”.

Rodondi, ci racconta la genesi di questa nuova formazione?

«Ho creato la band per incidere questi sei pezzi, e in previsione di suonare dal vivo appena si potrà. Al momento la situazione degli spazi dove una band come la mia può pensare di suonare è piuttosto critica: se non hai la struttura degli Afterhours, o almeno dei Perturbazione, vedo difficile che si trovino ingaggi adeguati. Alla luce di questo ho pensato a una formazione agile, in grado di adattarsi a spazi piccoli e a strumentazione variabile, dall’acustico all’elettronico. In questo modo potremo suonare in piazza, così come in piccoli locali, muovendoci semplicemente con un’auto, senza furgone o altri mezzi più complicati. Federico Lorenzi alla batteria, Luca Bartolini al basso e Manu Controvento (ex Radis e Acquaviva) ome polistrumentista, sono persone con cui ho sempre collaborato e conosco da tempo, quindi mi è venuto naturale chiamare loro».

Si tratta quindi di un progetto che nasce soprattutto per i concerti?

«Infatti, e anche il suono dei brani sarà improntato a quello, ricercando l’intimità, pur rimanendo costanti i miei riferimenti artistici, che vanno dai Pogues a Tom Petty. Chi ci ascolta sentirà quindi arrangiamenti elettroacustici di brani cantautorali, che sono quelli del mio repertorio passato e presente».

Certo non avete fatto un grande sforzo di fantasia nello scegliere il nome.

«È vero (ride, ndr ), anche se Luca aveva avuto un’altra idea: secondo lui ci dovevamo chiamare “Roda E I Tre Str****”. Io lo trovavo geniale, ma gli altri non volevano essere etichettati così, quindi abbiamo lasciato perdere, virando sul più banale Roda + 3. Effettivamente è un nome semplice, però rende subito l’idea, e poi si presta a diventare ad esempio Roda + 4, dovesse entrare, che so, un sassofonista».

Essendo da sempre autore di musica e testi dei brani delle varie band in cui ha militato, come mai non si è mai presentato semplicemente come Roda, oppure Roberto Rodondi, facendosi comunque accompagnare da musicisti di supporto?

«Alla fine questo nuovo gruppo va in quella direzione, perché per la prima volta c’è il mio nome nel titolo, però mettendo anche “+ 3” chi vede annunciati i nostri concerti capisce subito che non mi esibisco da solo chitarra e voce. Nonostante il mio ruolo sia primario, però, tengo a specificare che siamo un gruppo: le stesse persone che sono sul disco saranno sul palco, e la scrittura dei brani, pur essendo mia, conta anche su un contributo di arrangiamenti e idee degli altri».

Artisticamente parlando si sente una grande continuità con il lavoro precedente in altri gruppi.

«È vero, soprattutto per quanto riguarda le registrazioni; dal vivo ci sarà qualche elemento nuovo, perché useremo strumenti come la cigar box, il bouzuki e la piva, che cambieranno un po’ il suono. Pur restando nel mio mondo, qualche evoluzione però c’è: ad esempio Tutti tranne me ha una ritmica che ricorda la samba, un genere che mi interessa molto, come tutta la musica brasiliana. Il brano che conclude la raccolta: Io mi ricordo, mescola cantato e parlato, nello stile degli Offlaga Disco Pax, un gruppo che ho sempre ammirato, pur se loro usano solo suoni elettronici e non cantano, ma parlano solo».

In quel brano in particolare, ma anche negli altri, sono molti i riferimenti a storie e detti ravennati, che già nel resto della Romagna si fatica a comprendere: non teme che il pubblico di altri luoghi non capisca?

«Certamente, però non è una cosa nuova: tornando agli Offlaga Disco Pax, ad esempio, nei loro brani ci sono tantissimi riferimenti alla provincia di Reggio Emilia, da dove vengono. Addirittura il brano “Robespierre”, forse il loro più rappresentativo, è un elenco di nomi toponomastici locali, e io lo trovo geniale. Possiamo dire lo stesso di Guccini, che è molto “territoriale” nei suoi testi; io quel mondo lì, pur non essendoci mai stato, me lo sono immaginato, e mi è piaciuto molto sentire raccontate le storie di casa sua. Nel mio caso sarà un’occasione per i non ravennati di sapere cosa significa e che storia c’è dietro a “svegna in tla muraia”».

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