Robert Lewis, Battista Scugugia e Bobo Vieri

Arriva Robert Lewis, il Cesena sta per cambiare proprietario e visto che l’orologio del Cavalluccio ha accelerato, è una novità fino ad un certo punto. Dal 2007 ad oggi si sono alternate tre proprietà diverse con un fallimento nel mezzo e ora andiamo per la quarta nel giro di 14 anni. La storia recentissima racconta di retromarce dell’ultima ora, ma questa volta sembra davvero che ci siamo: la società più importante della Romagna passa in mani straniere. Cosa cambia? Praticamente tutto: la tradizione viene ribaltata, ma se la tradizione non ce la fa più, giusto provare a ribaltarla. Per decenni siamo andati avanti col mantra “I proprietari sono gente del posto, quindi non combineranno disastri”. L’ultima pagina del libro dell’Ac Cesena ci ricorda che i disastri sono arrivati lo stesso.

Arriva una proprietà americana che non ha scelto Cesena perché in centro c’è una bella fontana o perché è rimasta folgorata dalla piadina crudo, squacquerone e rucola.  Sciarperanno di bianconero il nuovo proprietario e gli faranno dire “Ciao burdèl” sui social perché ormai funziona così, ma se arriva qui, è solo perché ci vede un affare. Per fortuna. Il modello di riferimento Usa degli ultimi anni è stato Joe Tacopina (Bologna, Venezia, Spal): vengo, compro, vinco i campionati, rivendo, guadagno, cambio squadra e ricomincio. Certo, rimane da superare lo scoglio culturale principe tra sport americano e sport italiano: negli Stati Uniti non ci sono le retrocessioni e il business si appoggia sull’intrattenimento, in Italia se retrocedi è un disastro e il business si appoggia sul risultato. E in Serie C se vuoi davvero vincere non c’è scorciatoia: devi spendere. Se ne sta accorgendo la classifica, con i valori che si stanno delineando, il Modena che spinge sul gas e la Reggiana che lo imita passando in casa dell’Entella.

A Carrara il Cesena ha dimostrato una volta di più che dipende da Bortolussi, forse il più forte centravanti del girone, sicuramente il più decisivo per la sua squadra. Non ha segnato, il Cesena non ha vinto.

Bortolussi, appunto. Vedere un ragazzo così pacato diventare un leone in campo, fa un certo effetto. Come si dice in questi casi: è uno che in campo si trasforma. O forse no. Forse è il caso di cambiare prospettiva. Non è mica vero che un giocatore in campo si trasforma, in campo è semplicemente quello che è. E’ fuori dal campo che si recita, con questi ragazzi che il più delle volte hanno paura di tutto per contratto e non riescono mai ad essere sinceri, compressi dal conformismo di club che non vogliono mai una parola fuori posto, circondati da tifosi che li pretendono follemente innamorati di una maglia che per lavoro cambieranno a giugno, ammorbati da conferenze stampa dove purtroppo dietro una risposta stupida c’è spesso una domanda stupida.

Perseguire una autentica espressione di sé è l’unico obiettivo che possa darci gioia e pace. Non è una regola nuovissima e tra l’altro è pure una massima di Nieztsche, talento che dal cognome sembra uno dei mille stranieri dell’Udinese e invece era uno che sapeva scriverla piuttosto bene. Ci aveva preso anche nella gioia e nella pace, quel tipo di soddisfazione che sa darti solo il lavoro quando ti consente di essere davvero te stesso. Ai giocatori veri succede questo, fino al limite estremo di vedere ragazzi che sono geni in campo e un disastro totale fuori dal campo, schiavi di quello stesso talento che li rende dominatori della partita e disadattati nella vita di tutti i giorni. 

Ovviamente si può essere innamorati pazzi del proprio lavoro senza per forza andare via di testa, come no. Un esempio del Cesena del passato si chiama Gian Battista Scugugia, uno che di lavoro ha fatto il calciatore oltre la soglia dei 40 anni e oggi accende l’entusiasmo dei più piccoli nelle giovanili. Storia di un Ravenna-Cesena del 1993 in Serie B, la prima trasferta assoluta del Cesena in un anticipo televisivo serale in diretta su Tele+2. Per tutta la settimana i giornali non parlarono altro che di questo anticipo, della novità di giocare in anticipo, dei tifosi in marcia per l’anticipo, di cosa cambia a giocare in anticipo, del clima da coppe europee sotto i riflettori dell’anticipo. Di conseguenza, era scontato buttarla lì anche nelle interviste settimanali.

Intervista a Scugugia, Villa Silvia, interno giorno.

Domanda: “Battista, ti piace giocare in anticipo?”.

Risposta: “L’anticipo? Macchè, troppo rischioso, io preferisco seguire l’uomo”.

Eccola, la differenza: noi pensavamo al contorno e alla cornice, Battista pensava solo al campo e a come marcare un giovane centravanti del Ravenna di nome Bobo Vieri. Il giornalista non ebbe mai il coraggio di dire a Scugugia che aveva sbagliato la risposta, pervaso da quel dubbio che stava diventando certezza di avere sbagliato domanda e di averne scelta una stupida.

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