Romagna. Piani superiori a famiglie e studenti: così cambiano i circoli e le Case del Popolo

Trasformare le Case del popolo in alloggi per famiglie, lavoratori e studenti. è la proposta di Legacoop per contrastare l’emergenza casa. Nei prossimi giorni i vertici dell’associazione - guidati dal presidente Paolo Lucchi insieme ai vicepresidenti Romina Maresi e Valerio Brighi - avvieranno un calendario di incontri con i principali interlocutori pubblici, coinvolgendo presidenti delle Province, sindaci, prefetti e vertici delle Acer. L’idea, come detto, è quella di progettare, in accordo con i Comuni, la riconversione di una parte delle oltre cinquecento Case del Popolo presenti in Romagna.

Presidente Lucchi, avete lanciato la proposta di trasformare le case del popolo in alloggi popolari per famiglie, lavoratori, studenti. Entriamo nel merito: convertire questi immobili costa. Chi sosterrà i costi di ristrutturazione?

«Intanto la nostra proposta è molto più ampia e non riguarda solo le case del popolo. Riguarda un impegno a modificare la legge regionale e a migliorare l’utilizzo e la gestione del patrimonio di case popolari delle Acer della nostra regione: solo in Romagna gli appartamenti sono 12mila. Riguarda anche, per esempio, la possibilità di realizzare foresterie a disposizione dei dipendenti delle imprese, comprese le cooperative romagnole.

Per quanto riguarda le case del popolo, i costi dovrebbero essere a carico delle cooperative che le gestiscono. Con ogni probabilità, d’accordo con gli enti locali: abbiamo già sottoscritto un protocollo specifico con il Comune di Cesena e avviato un dialogo con il Comune di Ravenna, la Provincia di Ravenna e l’Unione dei comuni della Bassa Romagna. Quella parte di patrimonio potrebbe essere utile a loro per offrire opportunità residenziali ai cittadini in difficoltà, a chi oggi chiede una casa che i Comuni non sono in grado di fornire.

Capisco che l’attenzione di molti sia concentrata sulle case del popolo, ma ci rendiamo conto che non possono essere l’unica risposta a un problema complesso come quello della residenza».

Non c’è il rischio di privatizzarle e di cancellare il valore storico e comunitario che hanno?

«È esattamente l’opposto. Va chiarito che la gran parte delle nostre case del popolo mantiene la propria funzione: sono luoghi di aggregazione, con bar e associazioni, dove si svolge una vita sociale e politica. Quelle costruite negli anni Cinquanta e Sessanta, per lo più con il lavoro volontario dei soci, avevano l’obiettivo di offrire un’opportunità di socialità e di incontro. Il nostro obiettivo è lo stesso: offrire un’opportunità di residenza, che oggi è sparita soprattutto per chi ha minori disponibilità economiche».

Quali saranno i criteri di assegnazione degli alloggi? A chi darete la precedenza?

«Siamo ancora nella fase in cui studiamo i piani economico-finanziari, perché l’unica cosa che non possiamo permetterci è mettere a rischio un patrimonio così prezioso. Dobbiamo essere certi di poter fare gli interventi con risorse ben definite, magari utilizzando anche gli strumenti mutualistici e finanziari del sistema cooperativo. Abbiamo già un’interlocuzione con il nostro fondo nazionale, Coopfond.

L’idea è di non metterle sul libero mercato, ma di metterle a disposizione degli enti locali, che hanno le proprie graduatorie e i propri criteri. Non pensiamo a un’operazione speculativa, ma a un’operazione che affianchi l’attività che i Comuni già svolgono per dare una risposta abitativa».

Quindi anche affitti calmierati? Li deciderebbero i Comuni?

«Certo. Il protocollo sottoscritto con il Comune di Cesena va esattamente in quella direzione: il patrimonio sarebbe messo a disposizione di chi si rivolge al Comune per avere una residenza a basso costo».

C’è poi il tema della burocrazia: per trasformare un circolo o una sala in abitazione servono varianti urbanistiche. Chiedete impegni concreti ai sindaci, con dei tempi certi? Avete un percorso per questo iter?

«Ne siamo consapevoli, e per questo siamo partiti dal dialogo con i Comuni, trovando da parte loro grande disponibilità. Sanno che un passaggio di questo tipo andrà fatto. Se la scelta rientrerà, come mi auguro, tra gli impegni delle amministrazioni comunali, dovrebbero esserci anche percorsi accelerati per le varianti urbanistiche necessarie.

Una precisazione utile: pensiamo ai primi e ai secondi piani delle case del popolo, perché i piani terra svolgono ancora, quasi sempre, la loro funzione aggregativa. Al primo e al secondo piano, invece, dove una volta c’erano sedi di partiti e associazioni, oggi in molti casi gli spazi sono sottoutilizzati. È lì che pensiamo di intervenire».

Ci sono già progetti pilota?

«Stiamo facendo due simulazioni: due progetti su due case del popolo, ciascuno affiancato da una simulazione finanziaria. Siamo ancora a questo livello. Il gruppo di lavoro sul progetto per la trasformazione delle due case del popolo è formato da Simona Benedetti, Monica Bolognesi, Federico Morgagni».

Può dirci quali sono gli stabili?

«In questa fase no, perché non li abbiamo ancora presentati alle case del popolo. Stiamo procedendo d’accordo con i soci, ma non avendo ancora presentato loro i progetti non sarebbe corretto».

La gestione degli appartamenti resterà in capo ai singoli circoli o ci sarà un altro tipo di gestione?

«Sarà una gestione in parallelo con quella delle strutture dei Comuni. Non ci sarebbe quindi un affitto diretto tra la casa del popolo e chi chiede l’alloggio, ma un rapporto mediato dalle strutture comunali».

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