Ci sono ferite che non si rimarginano, ma che possono diventare feritoie da cui passa la luce. È quello che accade quando si ascolta la storia di Matteo e Loredana. Nel 2018, la perdita del figlio, il piccolo Federico di soli 10 anni; un dolore atroce che però non ha spento la loro capacità di donare. Dopo il gesto eroico della donazione degli organi, oggi i coniugi Fangarezzi continuano a salvare vite in modo diverso: entrando nelle scuole con il progetto “Siamo nati per essere felici”, con la loro associazione “Scintille di Fede”.
Non per parlare di morte, ma per insegnare ai ragazzi a riconoscere la bellezza nei piccoli gesti e a scegliere, ogni giorno, la felicità.
Matteo, il titolo del vostro progetto nelle scuole è una dichiarazione d’amore alla vita: “Siamo nati per essere felici”. Come si riesce a pronunciare queste parole dopo aver attraversato un buio così fitto?
«Sia io che mia moglie non abbiamo mai smesso di crederci. Non è stato facile, ma è una convinzione che portiamo nel cuore da sempre. La perdita di Federico ha inevitabilmente cambiato la nostra prospettiva, ha rimescolato tutte le priorità, ma non ha scalfito la nostra fede in questa verità. L’associazione si chiama “Scintille di Fede” proprio per questo: quell’episodio così tragico è stato la scintilla che ha innescato un progetto di luce. Vogliamo dire ai ragazzi che la felicità non è un colpo di fortuna, ma una scelta quotidiana di coraggio».
Cosa cercate di trasmettere ai ragazzi delle elementari, delle medie e delle superiori quando entrate nelle loro aule?
«Il nostro obiettivo è aiutarli a spostare lo sguardo. Oggi i giovani sono immersi in un mondo spesso materiale, dominato dall’apparire e dalla velocità dei social. Noi cerchiamo di riportarli a ciò che conta davvero, a quelle cose che a volte definiamo “banali” o “scontate” ma che sono l’impalcatura della nostra esistenza: il valore di un abbraccio in famiglia, la bellezza di un’amicizia sincera, l’impegno a scuola. Vogliamo aiutarli a spogliarsi della superficie per ritrovare la sostanza delle cose belle che la vita offre, nonostante tutto».
C’è un incontro o una frase che le è rimasta particolarmente impressa?
«In questi anni abbiamo incontrato oltre 2mila alunni. Ricordo con molta emozione una bambina di quinta elementare. Ci raccontò che ogni sera, con la sua famiglia, mettono via ogni dispositivo elettronico per cenare e parlare. Fanno un resoconto della giornata e, anche se è stata una giornata storta, si impegnano a chiuderla trovando qualcosa di bello per cui ridere insieme. È una lezione di vita immensa: decidere di non lasciare l’ultima parola al buio».
Il dialogo con i ragazzi a volte crea dei rispecchiamenti inaspettati. Le è mai capitato di sentire che il suo dolore e il loro si parlassero?
«Sì, è successo. Io ho perso il mio papà quando avevo solo 8 anni. Un giorno, durante un incontro, è uscito questo discorso e una bambina mi ha guardato e ha detto: “Io il papà fisicamente ce l’ho, ma non fa il papà. Almeno la mia mamma fa per entrambi”. In quel momento ho capito che rappresentavamo due facce della stessa medaglia: due solitudini che si riconoscevano. Alla fine dell’incontro è venuta ad abbracciarmi spontaneamente. Ecco, in quegli abbracci c’è il senso di tutto quello che facciamo».
Spesso gli insegnanti notano dei piccoli “miracoli” durante i vostri interventi. Cosa vi dicono?
«È la parte che ci scalda di più il cuore. Ci dicono spesso: “Quel bambino non parla mai in classe, ma con voi si è aperto”. È una sorta di magia che non dipende da noi, ma dalla verità che portiamo. Quando i ragazzi sentono che non stiamo leggendo un copione, ma che stiamo parlando cuore a cuore, cadono le barriere. Assistere a queste aperture naturali ci riempie di gratitudine».
Quali i prossimi passi di “Scintille per Fede”?
«Il legame con gli Scout è profondo; Federico li frequentava con gioia e con loro avremo il prossimo incontro il 22 febbraio. Grazie al supporto fondamentale di VolontaRomagna stiamo crescendo, ma siamo un’associazione giovane. Abbiamo tutto il tempo per sognare e ampliare il nostro raggio d’azione. Per ora ci godiamo il seme che germoglia in ogni classe, sapendo che Federico continua a camminare accanto a noi, un incontro alla volta».