«Finalmente giustizia è stata fatta. Ci ho sempre creduto e, nonostante tutte le pressioni anche psicologiche su di me e sulla mia famiglia, ho deciso di andare avanti, perché ho sempre pensato di vivere un’ingiustizia. Tornare a lavorare in quell’azienda? La sentenza dice questo ma vedremo, perché no? Alla fine ho una famiglia e ho bisogno di lavorare. Certo, non sarebbe un ambiente facile né per me né per il datore di lavoro». A parlare è Carmela (nome di fantasia), la 40enne ex cassiera di un supermercato di Rimini, assunta a tempo indeterminato nel 2024 che, dopo essere stata licenziata in seguito a mesi di vessazioni e maltrattamenti sul luogo di lavoro (mobbing), ha recentemente vinto la causa in Tribunale contro l’azienda. Il giudice del lavoro Lucio Ardigò ha infatti annullato il licenziamento ordinandone il reintegro, oltre a condannare la ditta a pagare alla lavoratrice circa 61mila euro, ovvero 12 mensilità di indennizzo per licenziamento illegittimo (21mila euro) e il risarcimento dei danni per il mobbing subito (40mila euro), più interessi e spese legali, a riprova dell’obbligo giuridico del datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e morale dei propri dipendenti.
Il pretesto dei buoni sconto
La donna, difesa dall’avvocata Claudia Labate del Foro di Rimini, aveva intrapreso un’azione legale contro l’azienda in seguito al licenziamento del 2024, arrivato poco dopo l’assunzione e motivato da presunte irregolarità sui buoni sconto. Accuse sfociate in una denuncia che però si sono rivelate infondate. «Si parla di una somma esigua - precisa la 40enne - e in quel momento ero anche una cliente che faceva la spesa, quindi non ho arrecato alcun danno all’azienda. Da lì però sono iniziate le lettere con i richiami disciplinari. Strano, però, visto che fino ad allora, nei due anni precedenti in cui avevo lavorato con contratti a tempo determinato, non ne avevo mai ricevuti».
«Copione già visto là dentro»
Nel corso del procedimento è emersa la vera causa del suo allontanamento. Un superiore l’aveva infatti presa di mira, insultandola ripetutamente e umiliandola davanti a colleghi e clienti con frasi come “non vali niente”, “non capisci nulla”, “ma non ti vergogni di essere un’incapace totale”.
Questa situazione ha provocato un vero e proprio crollo psicologico nella dipendente. «Un copione purtroppo già visto là dentro, dove bisognava sottostare agli ordini del datore di lavoro - racconta ancora Carmela, che arrivò perfino a mettersi in malattia per il suo stato di salute legato alle pressioni subite -. Se ne parlava spesso tra di noi, poi dipende anche dal carattere di ogni persona. Quando però è capitato a me, alla fine sono stata l’unica ad avere il coraggio di denunciare l’accaduto. E la sentenza di fatto ha stabilito che non c’era una giusta causa nel mio licenziamento».
Ambiente di lavoro opprimente
Il Tribunale, sezione del Lavoro, ha analizzato la vicenda in dettaglio, ascoltando numerose testimonianze e disponendo una perizia medico-legale. La sentenza arrivata nelle scorse ore ha confermato che il superiore ha attuato «sistematiche condotte prevaricanti», creando un ambiente di lavoro «opprimente, stressante e avvilente». È stato accertato che la lavoratrice ha subito un danno alla salute, diagnosticato come «disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso misti da stress lavoro correlato».
Una vittoria su tutta la linea per la donna, che ora finalmente vede avvicinarsi la fine di un incubo, con la sua storia che vuole essere da esempio e dare forza a chi ogni giorno, in particolare sul posto di lavoro, è vittima purtroppo di vessazioni e soprusi.